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 Recensione di Out Come the Knives – The Paper Chase

 

di Simona Dalla Valle

 

Probabilmente lo stato più indicato per recensire un album dei pAper chAse non è quello in cui mi trovo al momento, sgranocchiante biscotti al cioccolato in maniche di pigiama in un’uggiosa giornata di pioggia. Ma le condizioni pietose della sottoscritta hanno ben poco a che fare con quello di cui intendo parlare. I fanciulli vengono dal Texas e questo è il loro secondo disco, preceduto dal più grezzo Young Bodies Heal Quickly, You Know. Già dal primo ascolto si avverte un’evoluzione, una ricerca di maggior raffinatezza – se solo “raffinatezza” e “pAper chAse” non fossero due espressioni inavvicinabili; Hide the Kitchen Knives è un album inquietante fin dal titolo, una sorta di equivalente musicale di uno di quei film horror che ti tengono col fiato sospeso fino alla fine.

Coltelli da cucina: non esiste titolo più efficace, le melodie sono taglienti, affilate. Lacerazioni. Brandelli. Pezzetti di te stesso che non riuscirai a ricomporre. Il disco è un inseguimento di un serial killer in strade buie e deserte, una lama luccicante che compare all’improvviso mentre ti fai la doccia, un vampiro che azzanna il collo di candide fanciulle. Una fuga senza fiato che si dispiega per quarantotto minuti in un crescendo di affanno. La voce di John Congleton è carica di qualcosa che è rabbia, disperazione, urgenza e angoscia insieme; la musica non fa che accentuare quest’inquietudine, così come i rumori in sottofondo tra cui, riconoscibile, il suono dei coltelli. L’angoscia cresce fino all’ultima canzone, Out Come the Knives, una sorta di ballata aperta da un pianoforte che sembra annunciare tregua, un momento per riprendere il fiato e cercare altre vie di fuga. Prima di ricominciare a scappare. Sempre più forte.

(S.D.V.)


Playtime è un film di Jacques Tati del 1967 che rappresenta esattamente il tipo di comicità, sottile e con un fondo di amarezza, che adoro: il film racconta l’alienazione del signor Hulot (che ritorna ad essere il protagonista in un film di Tati dopo Mon Oncle e Les vacances de Monsieur Hulot) nella città di Parigi, a sua volta alienata, privata della sua maestosità e vista attraverso la crescente industrializzazione. Si può sostenere che Tati abbia anticipato la critica alla globalizzazione dell’epoca odierna, critica presente fin dal setting di apertura: un aeroporto che per un gruppo di turiste americane è perfettamente uguale a quello da cui sono partite, così come le strade sembrano quelle di Amburgo e i lampioni ricordano quelli newyorchesi. La Parigi che vediamo, in preda al traffico e al grigiore, può infatti essere vista come una celebrazione al contrario della rapida urbanizzazione del periodo: ciò che della capitale francese è offerto agli occhi dello spettatore non è lo splendore e la poesia che tutti abbiamo in mente se pensiamo alla Ville Lumière, ma una serie di palazzi di vetro, anonime mura grigie e ‘casermoni’ degni del peggiore hinterland milanese.

La snaturazione della città, dunque, accompagna e completa quella dell’uomo moderno, rappresentato da un imbranato Hulot che si muove goffamente e non parla in maniera chiara, ma si limita a bofonchiare parole incomprensibili per tutta la durata del film. Hulot è un antieroe senza voce e senza volto: il regista predilige campi medi o lunghi abbandonando il primo piano, impedendo in questo modo allo spettatore di identificarsi con i personaggi e il protagonista stesso.

La scelta dei campi lunghi e l’assenza di frasi compiute generano nel pubblico un’attenzione ancora più accentuata nei confronti dei dettagli sonori del film: così come quando, al buio, siamo più sensibili agli stimoli uditivi, allo stesso modo in Playtime la nostra attenzione è rivolta ai rumori, che compensano la mancanza di dettaglio a livello visivo e la frammentarietà dei dialoghi. Ci muoviamo a tentoni come non vedenti tra una serie di uffici senza pareti, un’enorme quantità di auto incolonnate a una rotatoria, le mura di un nightclub. Guidati dal suono della zip di una borsa, di un imbarazzato colpo di tosse o del motore di un auto ci facciamo strada nella spersonalizzazione di Monsieur Hulot e dell’ambiente che lo circonda, costretti a farci voyeurs di fronte a uno squallido condominio che mostra il suo interno attraverso le larghe finestre e a sopportare il crescendo di follia del nightclub della scena conclusiva. Playtime è a mio avviso un capolavoro, nonsense in apparenza che in realtà nasconde con grande anticipo sui tempi le molteplici malattie della società odierna: la globalizzazione, l’alienazione di uno spazio urbano in cui l’uomo, sempre al centro del mondo ma in qualità di antieroe, è vittima di una doppia perdita - di identità e di parola.

 

Simona Dalla Valle

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