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Massacrarono Lorena: vent’anni ai tre
ragazzi - Terni, un inceneritore nel mirino della
Procura - Cresce l’insoddisfazione
tra le famiglie italiani - Lavorare
un gioiello, un gioco da professionisti
di Fabio Marucci
Massacrarono
Lorena: vent’anni ai tre ragazzi
Si
è concluso il processo a carico dei tre ragazzi di Niscemi, accusati di
aver ucciso lo scorso 30 aprile la tredicenne Lorena Cultraro. Così il
mese di novembre ha portato con se una sentenza pesante: vent’anni di
reclusione per Alessandro, Giuseppe e Domenico, amici della vittima da
sempre, che nella primavera del 2008 hanno rapito, violentato e ucciso
la ragazza. Futili i motivi: la paura alla base del gesto. Questo almeno
ciò che è emerso nelle ore successive al delitto, quando in lacrime i
tre confessarono l’accaduto ai carabinieri che da subito hanno nutrito
forti sospetti nei loro confronti. Il timore che si trasforma in folli,
la paura di un peso troppo grande per dei ragazzi; Lorena, infatti,
aveva informato i tre giovani di essere rimasta incinta e che il padre
doveva essere uno di loro. Da qui la premeditazione di un gesto
criminale, che neppure gli avvocati degli imputati, Mirko Ragusa e
Francesco Spartano, sono riusciti a ridimensionare in aula appellandosi
alla non volontarietà del gesto. Troppi i particolari e le aggravanti
per evitare ai giovani di ottenere il massimo della pena prevista. Il
Pubblico Ministero Stefania Barbagallo ha chiesto il massimo ridotto di
un terzo per via del rito abbreviato, il Giudice Alessandra Chierego in
poco meno di due ore ha inflitto vent’anni. Ad aggravare la posizione di
Alessandro, Domenico e Giuseppe, gli sms che si sono scambiati al
momento del delitto, a testimoniare lucidità e determinazione. Il filo
Tv legato al collo di Lorena, lo stupro, l’omicidio e il seppellimento
in una vasca di cemento in aperta campagna, per i genitori della vittima
necessitano di pene più severe. Il papà Giuseppe avrebbe voluto la pena
di morte per gli aguzzini di sua figlia, o quantomeno l’ergastolo. La
mamma Lidia li definisce “mostri” e teme che presto possano uscire dal
carcere. Intanto l’avvocato della famiglia Cultraro sta già disponendo
gli atti per andare in appello.
(F.M.)
Terni, un
inceneritore nel mirino della Procura
La
volontà di produrre energia elettrica bruciando i rifiuti, è passata
sopra ogni proposito di ambientalismo. Così l’inceneritore di Terni è
finito nell’inchiesta della Procura della Repubblica, che a sua carico
ipotizza trentadue reati ambientali. Alla base del discorso, un veleno
radioattivo chiamato cromo esavalente, lo stesso che da tempo starebbe
inquinando la Dora. Il sospetto degli inquirenti, è che la società Asm,
incaricata di gestire l’inceneritore, possa aver negata il suo supporto
nell’accertare la presenza di sostanze cancerogene nelle ceneri prodotte
dalla combustione. L’azienda non risponde ai solleciti della Asl, per
questo motivo interviene la magistratura che delega il Corpo Forestale
dello Stato ad eseguire i dovuti controlli. E così, sul tavolo del
sostituto procuratore è arrivata una circostanziata relazione che la
dice lunga sull’inceneritore di Terni. Ventiquattro gli avvisi di
garanzia emessi per ipotesi di reato che vanno dalla truffa (per trenta
milioni di euro) al disastro ambientale, valutata l’immissione nell’aria
e nell’acqua di numerosi veleni. Altra inquietante vicenda interessa gli
accertamenti: vietato parlare. La parola cromo esavalente è stata per
lungo tempo impronunciabile tra gli incaricati di appurare il corretto
funzionamento dell’impianto e chi provava a dire la sua, veniva
richiamato all’ordine. Così, tanto la città, tanto gli operai, potevano
solo intuire che qualcosa non andava, ignari del cumulo di veleni che li
avvolgeva. Cinque megawatt di energia elettrica, a fronte del 50% dei
rifiuti bruciati, mentre nell’arco di cinque anni sono aumentate in
maniera vertiginosa i microgrammi per metro cubo contenuti nelle
polveri. Altro giallo riguarda i medicinali scaduti. All’interno
dell’inceneritore di Terni, solo alcuni dei rifiuti ospedalieri
provenienti dall’Umbria. Il sospetto è che sia stata aggirata un’altra
normativa. I chiarimenti arriveranno dalla perizia disposta dal Gip a
degli esperti.
(F.M.)
Cresce
l’insoddisfazione tra le famiglie italiani
Diminuiscono i soldi ma aumenta il consumismo. Nonostante l’ormai nota
crisi economica, gli italiani non riescono proprio a fare a meno di
macchine, motociclette e telefonini. Il livello di insoddisfazione è
cresciuto notevolmente, con la gente che non si sente più appagata dal
proprio lavoro o dalla proprio posizione sociale. D’altronde i dati
Istat parlano chiaro: la popolazione è sensibilmente invecchiata e gli
over 65 sono in netto aumento. Basti pensare che il 5,4% degli italiani
ha più di ottant’anni, nonostante negli ultimi due anni il numero dei
nati sia aumentato insieme a quello dei matrimoni civili e religiosi
celebrati, mente a scendere sono state le separazioni. Sessanta milioni
di abitanti il cui numero è stato però incrementato dalla presenza di
stranieri sul territorio nazionale. Un grado di insoddisfazione che
riguarda principalmente il sud della Penisola: il 54,5% della gente
ritiene peggiorata la propria situazione economica, un calo di 20 punti
percentuali rispetto agli ultimi sette anni. Le famiglie sono in
difficoltà e i soldi finiscono già alla terza settimana del mese. Solo
lo 0,8% secondo l’Istat si ritiene soddisfatto della propria condizione
finanziaria. Paradossalmente gli italiani nel 2008 si sono detti
maggiormente soddisfatti della loro vita privata: amici, svago, sport,
famiglia, mentre crescono gli investimenti in beni di consumo. Si
contano infatti in circolazione 35 mila automobili, aumentate in maniera
esponenziale le vendite di telefonini.
(F.M.)
Lavorare
un gioiello, un gioco da professionisti
Arte e
preparazione, un mix perfetto per ottenere un gioiello. Qualcosa che
vede impegnate figure di alto profilo professionale, in grado di
realizzare delle vere e proprie opere d’arte. Talento e fantasia, ma
anche ingegno e creatività porta alla realizzazione di un gioiello,
fatta di procedure complesse e molto spesso difficili da imitare. Tante
piccole parti chiamate semilavorati tenute insieme, con processi
artigianali che si innescano in un secondo ma che sono in grado di
durare mesi o addirittura anni. Anche questo impreziosisce il gioiello e
gli dona un’unicità e una particolarità senza eguali. Pochi in Italia
gli esemplari realizzati in larga scala a livello industriali, gioielli
che tuttavia necessitano ugualmente di rifiniture a mano. Non è
difficile spiegare il motivo dell’esistenza nel nostro Paese di numerose
case orafe, nettamente maggiore rispetto a quello dei marchi noti.
L’artigianato determina la particolarità del prodotto finito, che passa
per mani esperte e da una semplice goccia di ora si trasforma in un
oggetto ineguagliabile, mentre a finire sulle copertine dei preziosi
cataloghi sono esclusivamente i pezzi meglio riusciti, che vedono alla
base un’intensa attività lavorativa da parte di numerose case orafe,
talvolta specializzate nella realizzazione di un solo tipo di
componente. Ecco il motivo per cui molti nomi non sono conosciuti:
l’abitudine è quella di buttare un occhio esclusivamente al prodotto
finito, che però, per diventare tale, gode dell’assemblaggio di più
parti, ognuna delle quali vede impegnata talvolta una diversa equipe di
orafi, veri esperti del settore.
Fabio Marucci |