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Anno XIV num.4
Lug./Ago. 2015

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TOLLERANZA LIMITATA

BUNGY JUMPING

 

di Roberto Maurelli

 

Migliorare le prestazioni con il blueprinting

Come già ho avuto modo di spiegare in altre occasioni, i componenti prodotti in serie non sono esattamente tutti uguali.

I progettisti, ovviamente, fissano delle dimensioni e delle geometrie ideali, ma la lavorazione industriale porta a discostarsi da questi valori, anche se di solo pochi centesimi di millimetro. Eppure anche queste lievi differenze possono determinare perdite di rendimento non trascurabili. D’altronde la perfezione non è di questo mondo! 

Tuttavia, nel caso in cui si voglia progettare un motore da corsa oppure qualora si voglia elaborare il proprio propulsore di serie, il problema del contenimento dei costi attraverso processi produttivi standardizzati diventa del tutto secondario. Ecco, allora, che fanno la loro comparsa tecniche di lavorazione molto più sofisticate e notevolmente più accurate, grazie alle quali si otterranno tolleranze di lavorazione estremamente ristrette. In questo modo tutte le componenti risulteranno pressoché uguali fra di loro, con un rispetto inimmaginabile delle dimensioni e della geometria ideali.

L’insieme di tutte le operazioni attraverso cui invece, successivamente alla produzione, si riescono invece ad ottenere i valori dimensionali e geometrici più vicini possibile a quelli di riferimento, prendono il nome di “blueprinting”

In questo articolo ci occuperemo essenzialmente degli scostamenti relativi alla dimensione delle camere di combustione e della fasatura della distribuzione.

Per quanto riguarda il primo profilo, è evidente che se un cilindro ha una camera di combustione più ampia, e quindi un rapporto di compressione più elevato, il pistone che si muove al suo interno sarà lievemente portato a “tirare” tutti gli altri.

Per evitare questo e altri spiacevoli fenomeni, si deve procedere smontando tutti i componenti interessati (pistoni, canne, bielle, bronzine, ecc.), sottoponendoli ad un’accurata misurazione e, infine, sostituendo quelli che presentano tolleranze troppo elevate. A questo punto non si dovranno installare componenti speciali, ma potranno essere adottati gli stessi componenti di serie montati dal costruttore, purché abbiano i requisiti dimensionali e geometrici per essere correttamente accoppiati con quelli originari.

In un certo senso è come operare una selezione dei componenti migliori, una sorta di eugenetica della meccanica!

Ricostruito il motore si dovrà procedere ad una nuova misurazione, accurata quanto la prima, volta a verificare il volume delle camere di combustione, il gioco dei pistoni all’interno del cilindro, la loro posizione al Punto Morto Superiore (PMS) e l’altezza di squish.

Anche il blueprinting applicato alla distribuzione può consentire una notevole riduzione delle perdite per attrito totali. Esso consiste nel controllo delle molle delle valvole che devono avere tutte lo stesso carico ed essere perfettamente perpendicolari al piano di appoggio; nella verifica dell’allineamento dei supporti degli alberi a camme; infine, nella corretta messa in fase della distribuzione. Quest’ultima potrà essere effettuata facendo riferimento ai segni praticati in fabbrica oppure, ove non corretti, utilizzando un disco goniometrico ed un comparatore.

La fase del montaggio è importante tanto quanto quella della misurazione: anche un corretto assemblaggio permette di guadagnare qualcosa in termini di prestazioni. Ad esempio, un serraggio non eseguito correttamente può causare delle distorsioni a livello delle canne dei cilindri.

La tecnica più efficace è quella di eseguire il montaggio interamente a mano, controllando e ricontrollando più volte le singole operazioni in modo da sentire, ad esempio, se una vite non si avvita correttamente. Inutile dire che per portare a termine nel miglior modo questo duro compito, è fondamentale conservare la pulizia e la lubrificazione di ogni organo mobile prima che venga rimontato nella sua sede.

(R.M.)


BUNGY JUMPING

Geometria e funzionamento delle molle delle sospensioni

Immaginate un veicolo in cui la scocca sia collegata direttamente alle ruote: ogni minimo dosso o avvallamento scavalcato dai pneumatici trasmetterebbe immediatamente degli “scossoni” al telaio, con conseguenti perdite di trazione e di confort di marcia. Chi possiede o, comunque, ha mai guidato un kart sa benissimo di cosa sto parlando!

Fortunatamente le automobili sono tutte dotate di sospensioni, ossia di organi che consentono alle ruote di assorbire le irregolarità del fondo stradale (anche in ipotesi di terreno sconnesso) e di contrastare i notevoli movimenti della scocca che si producono quando si forza l’andatura (coricamento laterale in curva, cabrata e/o picchiata in seguito a brusche frenate e/o accelerazioni, ecc.).

Nelle sospensioni gli ammortizzatori sono deputati, come dice il loro stesso nome, ad assorbire le sconnessioni del manto stradale, mentre le molle provvedono alla funzione elastica. Nel corso di questa breve trattazione ci occuperemo essenzialmente di queste ultime.

Nelle vetture moderne i costruttori propendono per l’impiego di molle elicoidali (così chiamate per la loro caratteristica forma “a spirale”); le uniche variazioni possono riguardare esclusivamente il montaggio, differente a seconda degli schemi di sospensione adottati (McPherson, Multilink, ecc.).

Per quanto riguarda la geometria, una molla elicoidale si compone di un filo (generalmente di acciaio) a sezione circolare avvolto, appunto, a spirale. La distanza fra due spire consecutive viene detta “passo”.

Per quanto riguarda, invece, il funzionamento di questo componente, va detto che le molle possono lavorare in compressione o in estensione. La compressione avviene in seguito all’azione di una forza e determina l’immagazzinamento da parte della molla di una certa quantità di energia direttamente proporzionale all’intensità della forza stessa. Quando questa forza cessa di agire, tutta l’energia accumulata viene restituita nella fase di estensione, al termine della quale la molla tornerà ad assumere l’altezza originaria.

Proviamo a fare un esempio. Un’auto percorre una curva ad una velocità di 100 km/h; se la curva volge a destra, il peso del veicolo tenderà a spostarsi sul lato sinistro per effetto della forza centrifuga. Questo peso sarà assorbito principalmente dalle molle di sinistra che subiranno così una certa compressione. Solo al termine della curva, con il riallineamento della vettura, avrà luogo la fase di estensione.

Fin qui l’argomento non presenta particolari difficoltà. La situazione si complica se si considera che non tutte le molle hanno la stessa rigidità, ossia la stessa capacità di sopportare carichi a parità di deformazione. Una molla che si comprime di 1 millimetro sotto la pressione di 200 Newton (circa 20 kg) è ovviamente più rigida di una che subisce una deformazione di 1 millimetro sotto la spinta di “solo” 100 Newton (circa 10 kg). La relazione tra carico e deformazione è definita costante elastica e si esprime in Newton al millimetro (N/mm). Nei precedenti esempi, quindi, le molle presentavano una costante elastica pari, rispettivamente, a 200 N/mm e a 100 N/mm.

A questo punto sorge spontanea una domanda: come si fa ad ottenere una molla più rigida? La risposta non è univoca. Innanzitutto la rigidità aumenta esponenzialmente al crescere del diametro del filo e al diminuire del raggio di avvolgimento (ovvero il diametro delle spire). Inoltre è possibile ottenere un modesto incremento di rigidità diminuendo il numero delle spire.

Per quanto poi attiene ai processi di fabbricazione, molto importante è la scelta del materiale da impiegare; solitamente, infatti, si utilizza l’acciaio, ma il titanio consente di realizzare molle notevolmente più leggere e più efficaci, anche se con costi di produzione più elevati.

Anche il disegno riveste un’importanza decisiva. Oggi le molle più diffuse presentano una forma particolare detta “a passo variabile”; come si intuisce già dalla definizione si tratta di una molla in cui le prime spire (quelle che sopportano carichi modesti) sono piuttosto ravvicinate, mentre le ultime (che sopportano carichi molto elevati) sono più distanziate, in modo da garantire maggiore rigidità. Soluzioni ancora più raffinate, ma di impiego più raro, prevedono molle di forma conica o biconica.

Per inciso, vorrei ricordare che montando delle molle più corte si riduce l’assetto, e quindi il baricentro, della vettura. Questo ha effetti positivi sulla dinamica del veicolo, ma non necessariamente garantisce anche una maggiore rigidità dell’assetto. Assicuratevi quindi che le nuove molle possano sopportare sollecitazioni maggiori rispetto a quelle originali, altrimenti con un assetto ribassato potreste anche trovarvi improvvisamente “a pacco”… 

 

Roberto Maurelli

 

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