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Anno XI num.3
Mag./Giu. 2012

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  • Tassa di Proprietà: tutti ne parlano, nessuno l’abolisce

  • DUCATI SCRAMBLER

di Giuseppe Capitanio

 

La tassa di possesso, più nota con il vecchio nome di bollo è in scadenza per la maggior parte degli automobilisti, per i quali si prefigureranno lunghe file negli uffici Aci o postali, nonostante la moderna tecnologia consentirebbe anche pagamenti on-line o presso le tabaccherie.

La tassa di possesso quasi quarant’anni fa, sostituì la vecchia tassa di circolazione, il legislatore dell’epoca, nel cronico tentativo di rastrellare denaro per le malconce casse dell’erario, cercò in tal modo di incrementare il gettito, infatti con la nuova denominazione tutti sarebbero stati tenuti a pagare anche coloro i quali tenevano l’auto in garage per collezionismo o coloro che non pagavano confidando che la buona sorte non li facesse fermare ai posti di blocco della polizia.

Da allora molte volte sono state avanzate proposte di modifica, la più fattibile era di sostituire la tassa con un incremento dell’imposta sui carburanti.

Ma la condivisibile proposta ha sempre trovato ostracismo nei palazzi del potere automobilistico.

I vantaggi sarebbero indubbiamente maggiori degli svantaggi, infatti sarebbe abolita l’odiosa tassa su un bene; ma la proprietà non dovrebbe essere sacra? ed allora perché dopo aver speso dei soldi per comprare un’auto, (ma il principio è estendibile anche ad altri beni), in seguito si dovrebbe continuare a pagare dei soldi per poter continuare ad averlo? Quindi principio di equità, tassa legata al consumo di carburante vorrebbe dire penalizzare l’utente proporzionalmente all’uso. Se un bene, nel caso di specie l’auto, non circola, non inquina, non usura le strade non crea pericolo per la circolazione.

 

 

Il secondo vantaggio sarebbe lo snellimento burocratico dell’esazione della tassa, e forse è in questo punto che si annidano le dolenti note. Il ministro Brunetta dovrebbe pensarci, meno carta, meno controlli, nessun contenzioso, nessuna ricerca degli evasori, solo soldi freschi, che affluirebbero quotidianamente alle casse dell’erario. Il buon Brunetta non può non averci pensato e prima di lui tutti i ministri che lo hanno preceduto, ed allora cosa osta?  La modernizzazione dovrebbe passare anche da questa piccola ed economica riforma. 

Ce ne fossero di riforme a costo zero. Per rimanere in argomento l’auspicata riforma potrebbe prendere in considerazione anche le funzioni dell’Aci e del PRA. Verificare quali siano le funzioni istituzionali del Pubblico Registro e le funzioni delegate all’Automobil Club, ed in un’ottica di ottimizzazione delle risorse, tagliare quei rami secchi e doppi che aggravano i costi e rendono obsolete le procedure, reindirizzando ciascuno alla propria autonomia e vocazione. Migliorare si può, ma come cantava De Andrè, ci vorrebbe tanto troppo coraggio.

(G.C.)

 

 

 

 


DUCATI SCRAMBLER

Con il termine “SCRAMBLER”, che deriva dal verbo inglese “to scramble” che significa mescolare, si indica un motoveicolo con caratteristiche prettamente stradali, a cui sono state apportate, per motivi di esigenza, lievi modifiche per poter percorrere tratti di strada non asfaltati o tendenti allo sterrato. E’ il fenomeno inverso a quello che è oggi il motard. In Italia, molte delle più importanti case costruttrici come Moto Guzzi, Moto Morini, MV Agusta e Gilera avevano inserito nella propria produzione una motocicletta stradale con sospensioni e ruote adatte ad un leggero fuoristrada, utilizzabile per piccoli spostamenti su strade di terra battuta; d’altra concezione era la Ducati, che creò un modello per l’America dalle buone prestazioni e dalla buona ciclistica, ottime per l’utilizzo off-road.

Agli inizi degli anni 60, i fratelli Berliner, importatori della Ducati per il Nord America, segnalarono l’esigenza di una moto "dirt tracks", e la Ducati mise in produzione lo Scrambler, inizialmente con una piccola cilindrata ma affidabile, fino ad allora mai prodotta in Italia, 100cc.
La Ducati Scrambler era dotata di un motore monocilindrico progettato da Fabio Taglioni, il manubrio era largo adatto ad una guida off the road e i parafanghi erano verniciati nello stesso colore della carrozzeria.

La Ducati Scrambler era principalmente destinata al mercato nord-americano e a causa delle esigenze dei clienti americani subì continue modifiche fino al 1968, quando Taglioni modificando il carter e ingrandendolo aumentò la resistenza e la robustezza del blocco motore che potè ospitare le cilindrate prima di 250 e successivamente di 350 cc, e poi nel 1969 nacque la 450.
La Scrambler raggiunse il massimo della popolarità intorno al 1970, successivamente a seguito dell’avanzata delle prime giapponesi la domanda calò ed usci definitivamente di produzione nel 1974.


La Ducati Scrambler 450 era esteticamente uguale alla versione 350, veniva commercializzata con una livrea gialla molto accesa e con cromature sulle pareti laterali del serbatoio. Il modello destinato al mercato europeo differiva da quello americano solo per il coperchio del filtro dell'aria che era liscio per l'Europa e nervato per l'America; altra differenza era la luce posteriore cilindrica per l’Europa e allungata per l’America.

Ducati Scrambler 450 neraDal 1972 la produzione dello Scrambler 250 e 350 venne affidata alla società spagnola Mototrans che provvedeva all’assemblaggio presso gli stabilimenti di Barcellona; la Mototrans creò anche una versione che montava ruote, sospensioni e carburatore di fabbricazione spagnola e che chiamò "Road", ma questo modello non ebbe molto successo, in quanto era una copia quasi perfetta del modello Ducati, e la clientela preferiva affidarsi alla casa bolognese che alla concorrente spagnola.

 

Giuseppe Capitanio

 


 

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