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LA LETTERATURA
CLANDESTINA: L'EPOPEA DEL SAMIZDAT E DEL TAMIZDAT NELLA
STORIA SOVIETICA
di
Rosa Pia Nasto
Quando la parola si fa scomoda
Mi piace pensare
all’editoria come a una complessa architettura che unisce l’atto
solitario dello scrivere al silenzio di chi legge, che sposa
sinergicamente una moltitudine di realtà. Ma l’editoria non è solo un
demiurgo, né è solo estetica: è una scelta di campo, l’atto
politico e culturale di decidere cosa merita di essere tramandato
al futuro. Questo è un concetto che, in mani totalitarie, è degenerato e
ha dato adito a un momento molto delicato nella nostra storia recente,
in cui pubblicare un libro non era più sinonimo di libertà ed
espressione personale né una scelta di carriera, bensì un atto di fede
e, spesso, di puro eroismo. Nell’Unione Sovietica del XX secolo la
pagina stampata divenne il campo di battaglia tra il controllo totale
dello Stato e il bisogno viscerale di espressione del Sé. Da questo
scontro nacquero due delle pratiche editoriali clandestine più
affascinanti della storia: il Samizdat e il Tamizdat.
Questi due termini russi
racchiudono destini incrociati. Samizdat (da samo, “da sé”, e izdatel’stvo,
“casa editrice”) significa letteralmente “pubblicazione in proprio”. Il
Tamizdat (da tam, “là”, nel senso di “all’estero”) indicava invece le
opere contrabbandate oltre i confini sovietici per essere stampate in
Occidente e poi, spesso, reintrodotte illegalmente in patria.
Dalla morsa di Stalin al “Disgelo” di Chruščëv
Per comprendere
l’origine di queste pratiche è necessario fare qualche passo indietro e
guardare al panorama storico-politico sovietico. Sotto il regime di
Iosif Stalin (1924-1953), il controllo sulla cultura era assoluto,
totalitario. L’unica forma d’arte ammessa era il Realismo Socialista,
un canone rigido che doveva glorificare i successi del partito e la
nascita dell’uomo nuovo sovietico: gli scrittori – e, direi, gli artisti
in generale – avevano smesso di essere descrittori della realtà nel
senso classico e letterario del termine, ma ne divennero “ingegneri”:
c’era bisogno di forgiare una nuova realtà, in quello che era uno
dei momenti storici più delicati e importanti mai vissuti, e non c’era
alcuno spazio di manovra per esulare da questi confini. Esisteva un
organo ufficiale di censura preventiva, il Glavlit, che controllava ogni
singola riga destinata alla stampa. In quell’epoca di terrore e Grandi
Purghe, la deviazione dalla linea ufficiale non significava solo il
rifiuto del manoscritto, ma l’arresto, il gulag o la fucilazione. Gli
scrittori scrivevano “per il cassetto” (v stol), nascondendo i fogli
sotto i pavimenti o affidandoli alla memoria di amici fidati.
Alla morte di Stalin,
nel 1953, l’ascesa di Nikita Chruščëv inaugurò il periodo noto come
“Disgelo”. Nel 1956, con il celebre discorso segreto al XX Congresso del
PCUS, Chruščëv denunciò i crimini di Stalin. Il nuovo leader desiderava
essere diverso dal suo predecessore e decostruirlo in toto, prendendone
nette distanze non solo politicamente ma anche e, soprattutto,
culturalmente: nel 1962 venne persino autorizzata la pubblicazione sulla
rivista ufficiale Novyj Mir di Una giornata di Ivan Denisovič di
Aleksandr Solženicyn, il primo racconto esplicito della vita nei campi
di concentramento sovietici.
Tuttavia, il Disgelo era
instabile, percepito più come una concessione manovrata dall’alto che
come un’autentica libertà. Quando le maglie della censura compresero che
gli scrittori stavano andando “oltre” il consentito, lo Stato tese di
nuovo il freno: fu in questa frattura – tra la speranza di potersi
esprimere e il ritorno della repressione – che il Samizdat si strutturò
come un sistema editoriale alternativo e sotterraneo.
La
tecnologia del Samizdat: Carta carbone e dita consumate
Se il regime controllava
le rotative, le tipografie e persino la distribuzione della carta, come
facevano i dissidenti a pubblicare? La risposta sta in una tecnologia
sorprendentemente elementare: la macchina da scrivere.
Il processo del Samizdat
era una catena di montaggio umana e disinteressata. L’autore, o un
copista, batteva il testo a macchina inserendo tra i fogli diversi
strati di carta carbone. Di solito si riuscivano a ottenere dalle 4 alle
5 copie leggibili alla volta (l’ultima era quasi trasparente, definita
ironicamente “velina per il KGB”). Queste copie venivano distribuite a
una cerchia ristrettissima di amici fidati, ognuno dei quali si
impegnava a non trattenere il testo per più di qualche giorno, a
leggerlo di notte e a ricopiarlo a macchina a sua volta per generare
altre 4 o 5 copie.
Era un’editoria senza
editori, senza distributori e senza profitto economico. Il prezzo pagato
era il rischio del carcere. Le macchine da scrivere erano spesso
registrate presso le autorità, che conservavano un campione del
carattere di ciascuna per poter risalire all’autore in caso di
sequestro. Nonostante ciò, la rete crebbe esponenzialmente sotto il
lungo governo di Leonid Brežnev (1964-1982), successore di Chruščëv, il
quale ha restituito un periodo di pesante stagnazione politica ma di
incredibile fermento culturale clandestino. Nel Samizdat
non giravano solo romanzi, ma anche la celebre rivista clandestina
Cronaca degli avvenimenti correnti, che registrava le violazioni dei
diritti umani nell’URSS: per la prima volta alla luce nel 1968, sarebbe
uscito per i 24 anni successivi. La Chronika è stata il prodotto
più consistente del movimento dissidente in Unione Sovietica e
nessun’altra pubblicazione ha coperto le violazioni dei diritti umani
nell’era post-staliniana per così lungo tempo. Il ruolo della Chronika fu
fondamentale non solo al tempo, ma ha rappresentato un’eredità
importante per tutto il movimento in difesa dei diritti civili nella
Russia post-sovietica.
Il
Tamizdat e il caso Pasternak: Il caso editoriale del secolo
Mentre il Samizdat
nutriva il pubblico interno, i capolavori più complessi avevano bisogno
di un palcoscenico più grande: nacque in questo modo il Tamizdat. I
manoscritti venivano microfilmati o ridotti in dimensioni minuscole,
nascosti nei doppi fondi delle valigie di diplomatici, turisti
occidentali o studenti stranieri complici, e spediti oltre la Cortina di
Ferro.
Il caso più clamoroso e
fondativo del Tamizdat fu quello dell’ormai celeberrimo Boris Pasternak
e del suo romanzo Il dottor Živago. Rifiutato dalle riviste
sovietiche perché considerato non in linea con lo spirito della
Rivoluzione d’Ottobre, il manoscritto fu consegnato da Pasternak a un
emissario dell’editore italiano Giangiacomo Feltrinelli. Feltrinelli,
intuendo il valore immenso dell’opera, lo pubblicò in Italia nel 1957 in
prima mondiale: il successo fu tanto travolgente e valse a Pasternak il
Premio Nobel per la Letteratura nel 1958. La reazione del regime fu
violenta: lo scrittore fu linciato mediaticamente in patria, espulso
dall’Unione degli Scrittori e costretto a rifiutare il premio. Ma il
muro era stato infranto.
Un altro titano del
Tamizdat (e prima ancora del Samizdat) fu Aleksandr Solženicyn. Il suo
monumentale Arcipelago Gulag, un’inchiesta dettagliata sul
sistema dei campi di lavoro forzato, fu scritto in segreto assoluto,
microfilmato e pubblicato a Parigi nel 1973 dalla casa editrice
YMCA-Press. L’opera scosse le coscienze dell’Occidente e portò
all’arresto e all’esilio immediato dello scrittore dall’URSS.
Oltre a loro, scrittori
del calibro di Michail Bulgakov videro le proprie opere viaggiare su
questi canali. Il suo capolavoro, Il Maestro e Margherita,
circolò inizialmente in versione censurata in URSS, ma le parti tagliate
vennero ciclostilate in Samizdat e integrate nelle edizioni complete
pubblicate poi all’estero (in particolare a Francoforte da Possev).
I
processi famosi: La fine di un’illusione
Il regime sovietico non
rimase a guardare. La svolta repressiva che segnò la fine definitiva del
Disgelo e la codificazione del reato di “propaganda antisovietica”
avvenne nel 1966 con il Processo Sinjavskij-Daniel’.
Gli scrittori Andrej
Sinjavskij (che scriveva con lo pseudonimo di Abram Terc) e Julij
Daniel’ (noto come Nikolaj Aržak) avevano commesso il “crimine” di
inviare le loro opere satiriche e critiche all’estero, pubblicandole in
Tamizdat. Arrestati dal KGB, furono sottoposti a un processo pubblico
che, nelle intenzioni delle autorità, doveva essere un monito per tutta
l’intelligencija. Sinjavskij fu condannato a sette anni di lavori
forzati e Daniel’ a cinque.
Tuttavia, il piano del
PCUS fallì, almeno parzialmente: per la prima volta nella storia
sovietica, gli imputati non confessarono colpe inventate, ma difesero il
diritto costituzionale alla libertà letteraria. Il processo scatenò
un’ondata di lettere di protesta firmate da centinaia di intellettuali
sovietici (fatte circolare proprio in Samizdat), segnando la nascita
ufficiale del moderno movimento dissidente.
Il
valore del supporto e la vittoria della parola
Studiare il Samizdat e
il Tamizdat da una prospettiva editoriale significa comprendere che la
letteratura non è fatta solo di contenuto, ma anche di coraggio
logistico. Quelle pagine sbiadite, scritte a macchina a notte fonda
rischiando la libertà, dimostrano che quando il canale editoriale
ufficiale si chiude, il bisogno umano di storie e di verità trova sempre
il modo di inventare un nuovo medium. Senza contratti, senza royalty, ma
guidati solo dal desiderio imperituro di far circolare la parola, gli
editori e i lettori clandestini sovietici hanno salvato la grande
letteratura russa del Novecento, dimostrando che nessun regime, neanche
il più feroce, può davvero censurare l’anima di un popolo.
Bibliografia e fonti consultate:
-Guagnelli, S.
(2010). Il caso Pasternak. Roma: Voland.
-Piretto, G. P.
(2001). Il radioso avvenire: Mitologie culturali sovietiche. Torino:
Einaudi.
-Piretto, G. P.
(2018). Quando c'era l'URSS: 70 anni di storia culturale sovietica.
Milano: Raffaello Cortina Editore.
-Graziosi, A.
(2011). L'Unione Sovietica, 1914-1991. Bologna: Il Mulino.
-Parisi, V.
(2013). Il lettore eccedente. Edizioni periodiche del samizdat
sovietico, 1956-1980. Bologna: Il Mulino.
(5-2026)
Rosa Pia Nasto
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