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Anno XXV num.2
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LA LETTERATURA CLANDESTINA: L'EPOPEA DEL SAMIZDAT E DEL TAMIZDAT NELLA STORIA SOVIETICA

di Rosa Pia Nasto

Quando la parola si fa scomoda

Mi piace pensare all’editoria come a una complessa architettura che unisce l’atto solitario dello scrivere al silenzio di chi legge, che sposa sinergicamente una moltitudine di realtà. Ma l’editoria non è solo un demiurgo, né è solo estetica: è una scelta di campo, l’atto politico e culturale di decidere cosa merita di essere tramandato al futuro. Questo è un concetto che, in mani totalitarie, è degenerato e ha dato adito a un momento molto delicato nella nostra storia recente, in cui pubblicare un libro non era più sinonimo di libertà ed espressione personale né una scelta di carriera, bensì un atto di fede e, spesso, di puro eroismo. Nell’Unione Sovietica del XX secolo la pagina stampata divenne il campo di battaglia tra il controllo totale dello Stato e il bisogno viscerale di espressione del Sé. Da questo scontro nacquero due delle pratiche editoriali clandestine più affascinanti della storia: il Samizdat e il Tamizdat.

Questi due termini russi racchiudono destini incrociati. Samizdat (da samo, “da sé”, e izdatel’stvo, “casa editrice”) significa letteralmente “pubblicazione in proprio”. Il Tamizdat (da tam, “là”, nel senso di “all’estero”) indicava invece le opere contrabbandate oltre i confini sovietici per essere stampate in Occidente e poi, spesso, reintrodotte illegalmente in patria.

 

Dalla morsa di Stalin al “Disgelo” di Chruščëv

Per comprendere l’origine di queste pratiche è necessario fare qualche passo indietro e guardare al panorama storico-politico sovietico. Sotto il regime di Iosif Stalin (1924-1953), il controllo sulla cultura era assoluto, totalitario. L’unica forma d’arte ammessa era il Realismo Socialista, un canone rigido che doveva glorificare i successi del partito e la nascita dell’uomo nuovo sovietico: gli scrittori – e, direi, gli artisti in generale – avevano smesso di essere descrittori della realtà nel senso classico e letterario del termine, ma ne divennero “ingegneri”: c’era bisogno di forgiare una nuova realtà, in quello che era uno dei momenti storici più delicati e importanti mai vissuti, e non c’era alcuno spazio di manovra per esulare da questi confini. Esisteva un organo ufficiale di censura preventiva, il Glavlit, che controllava ogni singola riga destinata alla stampa. In quell’epoca di terrore e Grandi Purghe, la deviazione dalla linea ufficiale non significava solo il rifiuto del manoscritto, ma l’arresto, il gulag o la fucilazione. Gli scrittori scrivevano “per il cassetto” (v stol), nascondendo i fogli sotto i pavimenti o affidandoli alla memoria di amici fidati.

Alla morte di Stalin, nel 1953, l’ascesa di Nikita Chruščëv inaugurò il periodo noto come “Disgelo”. Nel 1956, con il celebre discorso segreto al XX Congresso del PCUS, Chruščëv denunciò i crimini di Stalin. Il nuovo leader desiderava essere diverso dal suo predecessore e decostruirlo in toto, prendendone nette distanze non solo politicamente ma anche e, soprattutto, culturalmente: nel 1962 venne persino autorizzata la pubblicazione sulla rivista ufficiale Novyj Mir di Una giornata di Ivan Denisovič di Aleksandr Solženicyn, il primo racconto esplicito della vita nei campi di concentramento sovietici.

Tuttavia, il Disgelo era instabile, percepito più come una concessione manovrata dall’alto che come un’autentica libertà. Quando le maglie della censura compresero che gli scrittori stavano andando “oltre” il consentito, lo Stato tese di nuovo il freno: fu in questa frattura – tra la speranza di potersi esprimere e il ritorno della repressione – che il Samizdat si strutturò come un sistema editoriale alternativo e sotterraneo.

 

La tecnologia del Samizdat: Carta carbone e dita consumate

Se il regime controllava le rotative, le tipografie e persino la distribuzione della carta, come facevano i dissidenti a pubblicare? La risposta sta in una tecnologia sorprendentemente elementare: la macchina da scrivere.

Il processo del Samizdat era una catena di montaggio umana e disinteressata. L’autore, o un copista, batteva il testo a macchina inserendo tra i fogli diversi strati di carta carbone. Di solito si riuscivano a ottenere dalle 4 alle 5 copie leggibili alla volta (l’ultima era quasi trasparente, definita ironicamente “velina per il KGB”). Queste copie venivano distribuite a una cerchia ristrettissima di amici fidati, ognuno dei quali si impegnava a non trattenere il testo per più di qualche giorno, a leggerlo di notte e a ricopiarlo a macchina a sua volta per generare altre 4 o 5 copie.

Era un’editoria senza editori, senza distributori e senza profitto economico. Il prezzo pagato era il rischio del carcere. Le macchine da scrivere erano spesso registrate presso le autorità, che conservavano un campione del carattere di ciascuna per poter risalire all’autore in caso di sequestro. Nonostante ciò, la rete crebbe esponenzialmente sotto il lungo governo di Leonid Brežnev (1964-1982), successore di Chruščëv, il quale ha restituito un periodo di pesante stagnazione politica ma di incredibile fermento culturale clandestino. Nel Samizdat non giravano solo romanzi, ma anche la celebre rivista clandestina Cronaca degli avvenimenti correnti, che registrava le violazioni dei diritti umani nell’URSS: per la prima volta alla luce nel 1968, sarebbe uscito per i 24 anni successivi. La Chronika è stata il prodotto più consistente del movimento dissidente in Unione Sovietica e nessun’altra pubblicazione ha coperto le violazioni dei diritti umani nell’era post-staliniana per così lungo tempo. Il ruolo della Chronika fu fondamentale non solo al tempo, ma ha rappresentato un’eredità importante per tutto il movimento in difesa dei diritti civili nella Russia post-sovietica.

 

Il Tamizdat e il caso Pasternak: Il caso editoriale del secolo

Mentre il Samizdat nutriva il pubblico interno, i capolavori più complessi avevano bisogno di un palcoscenico più grande: nacque in questo modo il Tamizdat. I manoscritti venivano microfilmati o ridotti in dimensioni minuscole, nascosti nei doppi fondi delle valigie di diplomatici, turisti occidentali o studenti stranieri complici, e spediti oltre la Cortina di Ferro.

Il caso più clamoroso e fondativo del Tamizdat fu quello dell’ormai celeberrimo Boris Pasternak e del suo romanzo Il dottor Živago. Rifiutato dalle riviste sovietiche perché considerato non in linea con lo spirito della Rivoluzione d’Ottobre, il manoscritto fu consegnato da Pasternak a un emissario dell’editore italiano Giangiacomo Feltrinelli. Feltrinelli, intuendo il valore immenso dell’opera, lo pubblicò in Italia nel 1957 in prima mondiale: il successo fu tanto travolgente e valse a Pasternak il Premio Nobel per la Letteratura nel 1958. La reazione del regime fu violenta: lo scrittore fu linciato mediaticamente in patria, espulso dall’Unione degli Scrittori e costretto a rifiutare il premio. Ma il muro era stato infranto.

Un altro titano del Tamizdat (e prima ancora del Samizdat) fu Aleksandr Solženicyn. Il suo monumentale Arcipelago Gulag, un’inchiesta dettagliata sul sistema dei campi di lavoro forzato, fu scritto in segreto assoluto, microfilmato e pubblicato a Parigi nel 1973 dalla casa editrice YMCA-Press. L’opera scosse le coscienze dell’Occidente e portò all’arresto e all’esilio immediato dello scrittore dall’URSS.

Oltre a loro, scrittori del calibro di Michail Bulgakov videro le proprie opere viaggiare su questi canali. Il suo capolavoro, Il Maestro e Margherita, circolò inizialmente in versione censurata in URSS, ma le parti tagliate vennero ciclostilate in Samizdat e integrate nelle edizioni complete pubblicate poi all’estero (in particolare a Francoforte da Possev).

 

I processi famosi: La fine di un’illusione

Il regime sovietico non rimase a guardare. La svolta repressiva che segnò la fine definitiva del Disgelo e la codificazione del reato di “propaganda antisovietica” avvenne nel 1966 con il Processo Sinjavskij-Daniel’.

Gli scrittori Andrej Sinjavskij (che scriveva con lo pseudonimo di Abram Terc) e Julij Daniel’ (noto come Nikolaj Aržak) avevano commesso il “crimine” di inviare le loro opere satiriche e critiche all’estero, pubblicandole in Tamizdat. Arrestati dal KGB, furono sottoposti a un processo pubblico che, nelle intenzioni delle autorità, doveva essere un monito per tutta l’intelligencija. Sinjavskij fu condannato a sette anni di lavori forzati e Daniel’ a cinque.

Tuttavia, il piano del PCUS fallì, almeno parzialmente: per la prima volta nella storia sovietica, gli imputati non confessarono colpe inventate, ma difesero il diritto costituzionale alla libertà letteraria. Il processo scatenò un’ondata di lettere di protesta firmate da centinaia di intellettuali sovietici (fatte circolare proprio in Samizdat), segnando la nascita ufficiale del moderno movimento dissidente.

 

Il valore del supporto e la vittoria della parola

Studiare il Samizdat e il Tamizdat da una prospettiva editoriale significa comprendere che la letteratura non è fatta solo di contenuto, ma anche di coraggio logistico. Quelle pagine sbiadite, scritte a macchina a notte fonda rischiando la libertà, dimostrano che quando il canale editoriale ufficiale si chiude, il bisogno umano di storie e di verità trova sempre il modo di inventare un nuovo medium. Senza contratti, senza royalty, ma guidati solo dal desiderio imperituro di far circolare la parola, gli editori e i lettori clandestini sovietici hanno salvato la grande letteratura russa del Novecento, dimostrando che nessun regime, neanche il più feroce, può davvero censurare l’anima di un popolo.

 

Bibliografia e fonti consultate:

-Guagnelli, S. (2010). Il caso Pasternak. Roma: Voland.

-Piretto, G. P. (2001). Il radioso avvenire: Mitologie culturali sovietiche. Torino: Einaudi.

-Piretto, G. P. (2018). Quando c'era l'URSS: 70 anni di storia culturale sovietica. Milano: Raffaello Cortina Editore.

-Graziosi, A. (2011). L'Unione Sovietica, 1914-1991. Bologna: Il Mulino.

-Parisi, V. (2013). Il lettore eccedente. Edizioni periodiche del samizdat sovietico, 1956-1980. Bologna: Il Mulino.

(5-2026)

 

Rosa Pia Nasto


 

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