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MICROPLASTICHE:
LE MINUSCOLE PARTICELLE TANTO PICCOLE QUANTO DIFFUSE E IL LORO IMPATTO
AMBIENTALE
di Lucia
Gesi
Dal lento processo di
degradazione della plastica derivano minuscole particelle invisibili o
molto difficili da individuare ad occhio nudo, le microplastiche. Hanno
dimensioni comprese tra 1 micrometro e 5 millimetri e per le loro
ridotte dimensioni possono diffondersi ovunque. Anche se gli effetti
sulla salute umana non sono ancora chiari, le microplastiche possono
persino entrare nel corpo umano attraverso ingestione, inalazione e
contatto cutaneo.
In base alla loro origine
vengono distinte in due categorie: le microplastiche primarie e le
microplastiche secondarie.
Le prime rappresentano il
15-31% delle microplastiche presenti negli Oceani.
Sono quelle che l'uomo
produce volontariamente per inserirle in prodotti, è il caso delle
microplastiche rilascite dagli indumenti durante il lavaggio, dai
pneumatici usurati durante la guida, da alcuni prodotti cosmetici come
gli scrub dove l'azione esfoliante è svolta da particelle di plastica.
Le seconde rappresentano il 68-81% del totale delle microplastiche
presenti negli oceani.
Sono quelle che derivano
dal processo di degradazione degli oggetti di plastica, come buste,
imballaggi, bottiglie, reti da pesca, abbigliamento sintetico e in
generale tutti i rifiuti plastici non gestiti correttamente.
Una parte considerevole
dell'inquinamento da plastica è dovuta proprio a uno smaltimento
sbagliato dei prodotti di plastica, poiché durante il loro lento
processo di decomposizione, un'enorme quantità di microplastiche si
disperde nell'ambiente, soprattutto negli ecosistemi marini e acquatici.
Anche attività umane come
navigazione, pesca, turismo, acquacoltura e industrie marittime
rilasciano importanti quantità di microplastiche nei mari e negli oceani.
Nel 2017 l'ONU ha dichiarato che ci sono 51 mila miliardi di particelle
di microplastica nei mari. I prodotti di plastica monouso più diffusi e
gli attrezzi da pesca smarriti costituiscono il 70% dei rifiuti marini.
L'inquinamento da
microplastiche ha un forte impatto sugli animali marini e sugli
ecosistemi acquatici.
Gli animali marini
accumulano le sostanze chimiche tossiche rilasciate dalla degradazione
della plastica e possono rimanere intrappolati nei pezzi più grandi. Il
plancton, la base della catena alimentare marina, ingerisce le
particelle più piccole e, dato che gli organismi più piccoli vengono
ingeriti dagli organismi più grandi e così via, questo ha ripercussioni
su tutta la catena alimentare. Le microplastiche inoltre influiscono
sulla fotosintesi delle piante acquatiche dannegiando le comunità
microbiche.
Attraverso la catena
alimentare, le microplastiche ingerite dagli animali marini possono
arrivare sulle nostre tavole.
Gli effetti sulla salute
umana non sono ancora chiari. Alessandro Miani, presidente della Società
Italiana di Medicina Ambientale ha chiarito che: “La capacità delle
microplastiche di accumularsi stabilmente nei tessuti e di produrre
effetti clinicamente rilevanti resta una questione aperta”. Tuttavia
alcuni tipi di plastica contengono sostanze chimiche dannose come
ftalati e bisfenoli (noti interferenti endocrini), metalli pesanti e
contaminanti ambientali.
Per questo l'Unione
Europea è intervenuta per contrastare l'inquinamento da microplastiche,
stabilendo l'obiettivo entro il 2030, di ridurre del 30% il rilascio di
microplastiche nell'ambiente attraverso una strategia che mira a
contrastarne la diffusione in ogni fase del loro ciclo di vita.
Nel 2015 sono state
approvate norme per limitare l'utilizzo dei sacchetti di plastica
leggeri, in questo caso gli stati membri hanno potuto scegliere se
evitare di distribuirle gratuitamente ai cittadini oppure se adottare
misure volte a limitarne il consumo medio annuo a 90 sacchetti a
persona.
Nel settembre del 2023
l'UE ha adottato misure che limitano l'aggiunta volontaria di
microplastiche in prodotti come materiali utilizzati su superfici
sportive, cosmetici, detergenti, fertilizzanti, ecc.
Nel marzo del 2019 è
stato introdotto il divieto di alcuni podotti di plastica monouso. Si
tratta di cotton fioc, posate, piatti, cannucce, mescolatori per bevande
e aste per palloncini, dei contenitori per fast food in polistirolo e
dei prodotti in plastica oxodegradabile, ossia un tipo di plastica che
si degrada facilmente a causa degli additivi in essa presenti. Inoltre,
in accordo con il principio “chi inquina paga” è stata estesa la
responsabilità dei produttori, in particolare per le aziende produttrici
degli attrezzi da pesca che hanno l'obbligo di sostenere i costi della
raccolta delle reti prese in mare. In ottobre 2025 sono state adottate
nuove norme per prevenire la perdita di pellet, le materie prime
utilizzate per la produzione di prodotti di plastica. Si tratta di
misure volte a prevenire l'inquinamento da microplastiche lungo l'intera
filiera.
Sono vincolanti per gli
operatori economici che gestiscono più di 5 tonnellate di pellet, per i
vettori di trasporto UE ed extra UE e per gli operatori del trasporto
marittimo.
Per contrastare
l'inquinamento da microplastiche sono necessari sforzi congiunti sia da
parte delle istituzioni che dei cittadini. Tutti possiamo contribuire
con semplici azioni quotidiane come ridurre al minimo l'uso di prodotti
in plastica, soprattutto gli oggetti monouso e gli imballaggi,
prediligere materiali più sostenibili e smaltire i rifiuti di plastica
attraverso una corretta raccolta differenziata.
Lucia Gesi |