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Anno IX num.4
Lug./Ago. 2010

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LA MASSIMA ASPIRAZIONE DELL’UOMO IN FATTO DI AUTOMOBILI

L’Alfa Romeo Montreal: un mito ucciso nella culla

di Roberto Maurelli 

 

Nel 1967, in occasione dei festeggiamenti per il centenario del Canada, venne organizzato un grande salone motoristico internazionale, l'Esposizione Universale di Montreal. Costruttori da ogni d'arte del mondo ebbero l'occasione di presentare il meglio della loro produzione e la gente d'oltreoceano poté avere un primo contatto anche con i marchi meno conosciuti nel continente americano. L'Italia, durante quell'evento, era rappresentata dalla sola Alfa Romeo, dal momento che la casa di Arese riscuoteva in quegli anni un notevole successo nel mercato nordamericano. 

Per celebrare questo importante momento di gloria, gli ingegneri italiani decisero di esporre un prototipo sportivo, una dream car ribattezzata Montreal, motorizzata con la potente unità ad otto cilindri che spingeva anche la 33 Stradale da corsa. Nelle intenzioni originarie l'operazione doveva risolversi solo in una sfilata, una semplice strategia di marketing senza alcun riflesso sulla produzione. 

La vettura, vestita da una carrozzeria originale e moderna, progettata dal mai troppo lodato Marcello Gandini della Carrozzeria Bertone, riscosse però un successo di pubblico inatteso, testimoniato dalle numerosissime richieste che subissarono i concessionari canadesi e statunitensi nei mesi successivi alla manifestazione. Come si vede chiaramente dalle foto, le linee filanti e decise riprendevano alcuni stilemi proposti sulla Lamborghini Miura, non a caso disegnata dalla stessa geniale matita…

Una volta decisa l’entrata in produzione purtroppo, però, i ritardi nell'adattamento stradale del propulsore ne tardarono la commercializzazione fino al 1970.

A quel punto, una buona parte dei clienti interessati all'acquisto si era ritirata per la lunga attesa mentre un'altra buona fetta di mercato aveva deciso di cambiare target a seguito della crisi petrolifera del 1973. 

La versione definitiva era equipaggiata con il mitico otto cilindri a V di 2593 cc progettato da Carlo Chiti che erogava 200 cavalli a 6500 giri, sufficienti a spingere la vettura oltre i 220 chilometri orari (circa 235 km/h).

 

A dir la verità l’architettura era stata profondamente rivista per superare la brutalità nell’erogazione di un progetto destinato alle competizioni: l'albero motore presentava la disposizione delle manovelle a 90 gradi anziché a 180 e i pistoni perdevano il cielo convesso tipico della vettura sport, funzionale ad ottimizzare il rapporto di compressione. Nonostante queste modifiche il motore era davvero il cuore del progetto. Elastico fin dai 2000 giri e rabbioso oltre i 5000, emetteva un sound davvero entusiasmante, degno di una supercar italiana. Peccato solo che necessitasse di una manutenzione fine ed assidua per garantire nel tempo le sue prestazioni. 

Il telaio derivava in gran parte da quello della Giulia, con l'asse anteriore indipendente e il ponte posteriore rigido, ma era dotato di un cambio più sportivo (il raffinato ZF!), di quattro freni a disco autoventilanti servoassistiti prodotti dalla Girling (a quei tempi quanto di meglio fosse disponibile) e un differenziale autobloccante al 40%. Gli appassionati della guida sportiva criticarono la scelta di un telaio con così poca rigidità torsionale, non certo votato a soddisfare le richieste del ben più prestante motore di derivazione agonistica; tuttavia non bisogna mai dimenticare che si trattava pur sempre di una vettura nata solo per essere ammirata dal pubblico e inizialmente destinata a finire nel museo dell'Alfa Romeo insieme a tanti altri prototipi mai messi in produzione.

E d’altra parte, nonostante l’accentuato rollio in curva, la vettura era comunque in grado di tenere fedelmente la traiettoria impostata restituendo al pilota un buon feedback relativamente ai limiti di tenuta di strada.

Forse è più difficile trovare una spiegazione plausibile per il design degli interni, troppo simile a quello delle Alfa dei grandi numeri. A parte la strumentazione dedicata, con gli indicatori sussidiari distribuiti intorno ai due quadranti principali, c’era poca originalità e coesione negli altri elementi; una pecca difficile da digerire per chi aveva sborsato la cifra considerevole di 5.409.000 £ (lo stesso prezzo di una Porsche 911 S dell’epoca…). 

Oggi la Montreal, uscita di produzione nel 1977, è un pezzo molto apprezzato dai collezionisti. Se volete, potreste cercarne una in buone condizioni e mettervela in garage per una cifra prossima ai ventimila euro; tuttavia l'impresa più difficile sarà proprio rintracciare uno dei pochissimi esemplari venduti (solo 3925!). Un vero peccato per un modello per il quale era stato coniato lo slogan “La massima aspirazione dell'uomo in fatto di automobili".

Roberto Maurelli

 


 

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