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di Elena Centolani
Un monumento a cielo aperto che fa da sfondo a film,
fiction e telefilm; cuore pulsante della città eterna, la parte più
antica, tradizionale e affascinante di Roma… La Garbatella.
E’ la zona urbanistica 11c del XI municipio.
L’origine del nome è tutt’ora oggetto di discussione:
secondo un’ipotesi molto diffusa il quartiere prenderebbe il nome
dall’appellativo dato alla proprietaria di un’osteria sorta sullo
sperone roccioso che sovrasta la Basilica di San Paolo fuori le mura, a
ridosso di Via delle Sette Chiese, via che collega la basilica paolina
alla Basilica di San Sebastiano fuori le mura, che dal XVI secolo era
meta di pellegrinaggi per la visita alle sette chiese di Roma. Il nome
di questa ostessa era Carlotta, tanto ben voluta dai viaggiatori che
alloggiavano presso la sua locanda da meritare il nome di Garbata
Ostella, definizione successivamente sincopata in Garbatella.
Una seconda ipotesi sul nome Garbatella vuole che derivi
dall’amenità del luogo; mentre l’ultima interpretazione, con dei
fondamenti scientifici, fa riferimento al tipo di coltivazione della
vite detto “a barbata” o “a garbata” nella quale le viti vengono
appoggiate ad alberi di acero od olmo, in uso nei terreni detti “Tenuta
dei dodici cancelli”, posseduti nel XIX secolo dal monsignor Alessandro
Nicolai, ministro dell’agricoltura di papa Gregorio XVI.
La prima pietra venne posata dal re Vittorio Emanuele III°
a piazza Benedetto Brin, nel febbraio 1920, sui colli che dominano la
basilica di San Paolo fuori le mura; la Garbatella nasce come quartiere
popolare destinato ad ospitare gli operai della prevista zona
industriale dell’Ostiense.
E’ caratterizzata da villini e palazzine divisi in lotti
e strutturati in massimo tre piani, con grande cura dei dettagli e con
ampi spazi verdi interni che dovevano fungere da punto di ritrovo per la
popolazione. Le prime costruzioni sono circondate da terreni adibiti ad
orto, adottando una particolare cura nello scegliere le piante più
pregiate da inserire nei giardini. In seguito purtroppo questa
caratteristica si perderà per favorire costruzioni a carattere
condominiale, fino all’estrema espressione dei quattro “alberghi” ,
Bianco, Giallo, il Terzo Albergo e Rosso, di piazza Michele da
Carbonara.
Il nuovo quartiere nacque in un’area semidisabitata,
coperta da vigne e pascoli, la cui unica costruzione degna di essere
menzionata era la Basilica di San Paolo fuori le mura, collegata alla
via Appia antica da via delle Sette Chiese, che partiva proprio dalla
basilica e delle quale si servivano i pellegrini diretti al santuario
del Divino Amore lungo la via Ardeatina.
Monumenti artistici degni di rilievo o curiosità nel
quartiere sono la Fontana di Carlotta con l’adiacente scalinata degli
Innamorati, il Palladium, e in epoca più recente, l’Air Terminal che, in
occasione dei campionati mondiali di calcio del 1990, doveva unire
l’aeroporto di Fiumicino alla città.
Un’altra struttura che può essere definita monumento
storico della Garbatella è l’orologio della torre dell’”Albergo Rosso”,
che per anni ha segnato le ore 11:25, cioè l’ora di inizio del
bombardamento che il 7 marzo del ’44 colpì l’intera zona e che rase al
suolo gran parte del quartiere.
La prima Garbatella è legata ad un’idea di città
giardino tutta italiana: ogni inquilino ha intorno al proprio alloggio
un pezzo di terreno adibito ad orto. Sono residenze molto semplici,
costruite con materiali economici, ma comunque con una certa solidità.
Nel 1925 nasce intorno a piazza Masdea e via Magnaghi, il quartiere per
gli sfrattati, con case scarne ma essenziali, spazi gioco e giardini.
Tra il 1925 e il 1927 venne costruito il quartiere per sbaraccati,
costituito da oltre 500 alloggi.
Molti film sono stati girati nel quartiere, che è sempre
stato caro a Nanni Moretti, che vi ambientò alcune scene di “Bianca”; lo
stesso Pasolini ambientò qui molte scene del romanzo “Una vita
violenta”. Di più recente produzione sono le fiction di successo “Caro
maestro” e “ I Cesaroni”.
La Garbatella, parte più antica dell’urbanizzazione,
pietra miliare della tradizione, è sempre stata e sempre lo sarà, punto
di forza della romanità.
(E.C.)
“…ODI ET AMO…”
“Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris? Nescio,
sed fieri sentio et excrucior.”
Catullo in questi versi vuole esprimere la realtà che sta
vivendo, che è di intensa sofferenza.
Rileggendo questi versi sono sommersa da fiumi di parole,
ma resto comunque con la penna in mano per giorni senza saper cosa
scrivere, per la profondità di questi versi grazie ai quali vengo
sommersa da tanti pensieri e sentimenti che solo le parole “odi et amo”
possono evocare.
Odio e amo: quanta forza in così brevi parole.
Odio l’ipocrisia, l’ingiustizia, i falsi sorrisi, le
finte pacche sulle spalle, la cattiveria, la concorrenza sleale, le
menzogne, gli sguardi di finto pietismo quando sei a terra, le finte
promesse, le false speranze, l’invidia quando è una rabbia cieca e
distruttiva che ti brucia le viscere e non una spinta a fare meglio e di
più.
Odio le persone che ti illudono, chi va sempre di corsa e
non ha mai uno sguardo per gli altri.
E amo. Amo la mia età, il sole e la pioggia, la tempesta
alla quale segue sempre il sereno, le discese come le salite. Amo il
sorriso che vedo spuntare sulle facce delle persone e del quale io,
piccola piccola, sono spesso l’artefice e che mi fa sentire una dea; amo
aiutare chiunque sia in difficoltà anche soltanto pronunciando una
parola che faccia passare la tristezza e la malinconia, amo avere questa
parola per tutti anche quando la stanchezza mi fa chiudere gli occhi,
amo i “brava” dei miei che mi fanno scorrere più veloce il sangue. Amo
l’amore…
Ma mi chiedo: è sempre tutto così netto? Sempre odio le
cose che odio e sempre amo le cose che amo? Spesso non è tutto così
nitido e quello che si ama a volte si odia anche.
Odio il senso di incertezza che mi tiene sospesa nel
vuoto e lo amo perché mi fa sentire viva.
Odio la paura che mi paralizza le gambe, che mi fa
sentire impotente, ma lo amo quando mi carica di esplosiva adrenalina.
Amo le sfide, ma odio quando il muro che ho davanti sembra
insormontabile; amo lottare per una giusta causa ma odio sentirmi sola
in questo affanno; amo ogni chilometro percorso per riuscire in quello
che voglio ma lo odio perché spesso mi allontana dalla vita e da alcune
gioie dei ragazzi della mia età. Amo le persone che mi amano e me lo
dimostrano ogni giorno e le odio quando mi deludono lasciandomi sola.
Quanti pensieri in due sole parole, e quanti altri ne
potrei scrivere…
Elena Centolani |