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Anno XIV num.4
Lug./Ago. 2015

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Votare SI per dire No

Le ragioni per votare SI ai referendum su nucleare e acqua

di Domenico Margiotta

 

Domenica 12 e lunedì 13 giugno il popolo italiano è chiamato a votare quattro referendum popolari riguardanti la privatizzazione dei servizi idrici, il ritorno all’energia nucleare e il legittimo impedimento, proponendone l’abrogazione. I referendum sul legittimo impedimento e sull’energia nucleare sono stati promossi entrambi su iniziativa dell’Italia dei Valori e in parte su iniziativa di associazioni ambientaliste, dopo che la Corte Costituzionale nello scorso gennaio ne ha approvato la richiesta e pochi giorni fa ha restituito il diritto di voto che il Governo aveva tentato di sottrarre agli  italiani con il decreto Omnibus (che mirava a cancellare i referendum).

I quesiti sui servizi idrici, invece, derivano da un’iniziativa civica promossa dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua. Nonostante la scarsa informazione dei media nazionali a riguardo, siamo tutti chiamati ad esprimere il voto su quesiti molto delicati per il futuro del nostro paese, dell’ambiente e di noi stessi.

 

Il primo e il secondo quesito riguardano la privatizzazione dell’acqua, alla cui base c’è l’abrogazione del decreto Ronchi.

Nello specifico, il primo è sulle modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici di rilevanza economica: la proposta è l’abrogazione dell’art.23 bis della Legge n.133/2008. Secondo la legge, la gestione del servizio idrico può essere affidata a soggetti privati attraverso gara o società a capitale misto pubblico-privato in cui il privato viene scelto attraverso gara e detiene almeno il 40% del capitale.

l secondo riguarda la determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito.

La proposta è l’abrogazione dell’art.154 del D.lgs. n.152/2006, riguardante la parte che sostiene che “la tariffa per il servizio idrico va determinata in base all’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”. In sostanza, secondo la legge approvata, un gestore può caricare sulla bolletta fino al 7% in più senza che questo venga investito per migliorie sull’infrastruttura.

 

Il terzo su nuove centrali per la produzione di energia nucleare, propone l’abrogazione del decreto legge n.112 del 25 giugno 2008, convertito con modifiche dalla legge n.133 del 6 agosto 2008 (recante “Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”), limitatamente all’art.7 comma 1 lettera d, “realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare”.

Il quarto e ultimo quesito riguarda il legittimo impedimento, propone l’abrogazione dell’art.1, commi 1, 2, 3, 5, 6 della legge n.51 del 7 aprile 2010, recante “disposizioni in materia di  impedimento a comparire in udienza”.

Ogni quesito sarà contraddistinto da una scheda di colore diverso: rosso e giallo per i quesiti sull’acqua, grigio per il quesito sul nucleare e verde per quello sul legittimo impedimento.

 

In Italia il servizio idrico nazionale ha grossi problemi, a cominciare dai 18 milioni di cittadini che scaricano i loro reflui nei fiumi, nei laghi e nel mare senza alcun tipo di depurazione; nove milioni non sono serviti dalla rete fognaria. Proprio la carenza di fognature e depuratori ha fatto scattare la procedura d’infrazione europea: se non si interviene tempestivamente si rischia di spendere soldi in pesanti multe, piuttosto che investirli per realizzare gli impianti e migliorare il servizio.

 

Inoltre, mancano politiche di efficienza e risparmio e l’adozione di tecnologie appropriate a partire dal riuso delle acque reflue depurate per l’irrigazione e nelle lavorazioni industriali. Il 33% dell’acqua potabile si perde nelle reti colabrodo di trasporto e distribuzione e, a volte, l’accesso all’acqua è razionato e la distribuzione nelle case è irregolare, soprattutto nei mesi estivi. Si deve garantire il diritto a tutti, ma anche adottare un sistema tariffario che scoraggi gli sprechi e recuperi risorse per migliorare il servizio. Manca, infine, un’authority pubblica forte, autorevole e indipendente per controllare che le gestioni rispondano ai criteri di un uso socialmente equo e ambientalmente sostenibile dell’acqua. 

Per la risoluzione dei problemi sopra menzionati del servizio idrico in Italia, il decreto Ronchi sulla privatizzazione dei servizi idrici considera erroneamente la gestione privata come la soluzione di tutti i mali e minaccia quelle gestioni pubbliche che hanno garantito un servizio efficace, efficiente ed economico.

Numerosi sono i sostenitori dell’acqua come bene pubblico, dalle parole del segretario generale della CEI monsignor Mariano Crociata: “L’invito e l’incoraggiamento dei vescovi non può essere che verso una cura sempre più grande, perché i beni comuni rimangano tali e siano salvaguardati e custoditi per il bene di tutti”. Fino ad arrivare al Gruppo Medici per Acqua Bene Comune: “Noi crediamo che sulla garanzia di alcuni beni essenziali, acqua ed aria in primo luogo, si basi la convivenza di una comunità e la sua possibilità di coesione nella reciprocità, nell'accesso e nel governo solidale e partecipato dei beni comuni di interesse generale.”. Ma tra questi due estremi, ci sono tutta una serie di iniziative grandi e piccole che popolano ogni città italiana.

 

Il terzo quesito, anch’esso legato al tema ambientale, riguarda la tecnologia del nucleare. Già nel 1987 si votò contro l’adozione del nucleare con un referendum in cui i SI all’abrogazione della legge furono ben l’80% sul totale dei votanti (il 65,1% degli italiani), ma in nessuno dei tre quesiti si chiedeva l’abolizione o la chiusura delle centrali nucleari. Tra i paesi industrializzati l’Italia è stata il primo ad uscire dal nucleare, nei prossimi anni ci seguirà anche la Germania, infatti da poco la notizia che le centrali tedesche verranno fermate tutte entro il 2022, il Giappone entro il 2030 e la Svizzera entro il 2034. Allora perché tornarci?

Inoltre, come dimostrano i fatti di Fukushima e la più famosa Chernobyl, non esiste tecnologia che possa escludere il rischio di gravi incidenti con fuoriuscita di radioattività. Un impianto nucleare emette radioattività nell’ambiente anche senza incidenti, i bimbi che abitano vicino le centrali corrono maggiori rischi di contrarre la leucemia, l’agricoltura e il turismo rischiano di essere penalizzati. Lo stesso smaltimento delle scorie è un problema irrisolto: sono molto pericolose e restano radioattive per migliaia anni, non esiste al mondo un deposito definitivo per smaltirle in sicurezza per un periodo cosi lungo.

 

L’elettricità dall’atomo, considerando anche la dismissione delle centrali e lo smaltimento delle scorie, costa più delle altre fonti di energia (negli ultimi quattro anni il costo di una centrale è lievitato del 70%, mentre quello di un pannello fotovoltaico è sceso del 55%).

I maggiori costi inevitabilmente verranno scaricati nella bolletta dei cittadini. Il nucleare produce solo elettricità (pari a solo il 25% dei consumi energetici dell’Italia) e non viene usato per alimentare il settore dei trasporti, produrre calore per l’industria e per gli edifici.

Per questo non ridurrà in modo significativo le importazioni delle fonti fossili: infatti in Francia, noto paese nuclearista, il consumo procapite di petrolio è più alto che in Italia.

Una centrale in costruzione produce 3.000 posti di lavoro, che si riducono a 300 nella fase di esercizio. In soli 10 anni la Germania può vantare 350.000 addetti nel settore delle rinnovabili (contro i 30mila delle centrali), mentre in Italia al 2020 con le fonti pulite si potrebbero creare almeno 200mila posti di lavoro. Le centrali utilizzano l’uranio, materia prima in via di esaurimento che va importata.

Altro aspetto da non sottovalutare è che , grazie alla legge approvata nel 2009, il governo italiano può usare l’esercito per imporre al territorio la costruzione delle centrali, con inevitabili conflitti istituzionali e sociali.

 

Anche su questo versante si sprecano le parole e le iniziative sostenitrici del SI, ma la cosa che più importa è che la stragrande maggioranza degli italiani è contro le politiche che deturpano e, in molti casi, danneggiano per sempre l’ambiente. Noi viviamo in esso, perché una volta tolte le pareti di casa nostra, l’ambiente diventa la nostra casa naturale. Allora se nelle quattro mura vige l’ordine, la pulizia e la buone gestione non vedo perché questo non debba valere anche per l’esterno. I risultati si vedranno dopo i referendum, ma sappiamo tutti come andrà a finire.

 

 Domenico Margiotta

 


 

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