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Votare SI per dire No
Le ragioni per votare SI ai referendum su
nucleare e acqua
di
Domenico Margiotta
Domenica 12 e lunedì 13
giugno il popolo italiano è chiamato a votare quattro referendum
popolari riguardanti la privatizzazione dei servizi idrici, il ritorno
all’energia nucleare e il legittimo impedimento, proponendone
l’abrogazione. I referendum sul legittimo impedimento e sull’energia
nucleare sono stati promossi entrambi su iniziativa dell’Italia dei
Valori e in parte su iniziativa di associazioni ambientaliste, dopo che
la Corte Costituzionale nello scorso gennaio ne ha approvato la
richiesta e pochi giorni fa ha restituito il diritto di voto che il
Governo aveva tentato di sottrarre agli italiani con il decreto Omnibus
(che mirava a cancellare i referendum).
I quesiti sui servizi
idrici, invece, derivano da un’iniziativa civica promossa dal Forum
Italiano dei Movimenti per l’Acqua. Nonostante la scarsa informazione
dei media nazionali a riguardo, siamo tutti chiamati ad esprimere il
voto su quesiti molto delicati per il futuro del nostro paese,
dell’ambiente e di noi stessi.
Il primo e il secondo
quesito riguardano la privatizzazione dell’acqua, alla cui base c’è
l’abrogazione del decreto Ronchi.
Nello specifico, il primo è sulle
modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici di rilevanza
economica: la proposta è l’abrogazione dell’art.23 bis della Legge
n.133/2008. Secondo la legge, la gestione del servizio idrico può essere
affidata a soggetti privati attraverso gara o società a capitale misto
pubblico-privato in cui il privato viene scelto attraverso gara e
detiene almeno il 40% del capitale.
l secondo riguarda la
determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base
all’adeguata remunerazione del capitale investito.
La proposta è
l’abrogazione dell’art.154 del D.lgs. n.152/2006, riguardante la parte
che sostiene che “la tariffa per il servizio idrico va determinata in
base all’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”. In
sostanza, secondo la legge approvata, un gestore può caricare sulla
bolletta fino al 7% in più senza che questo venga investito per
migliorie sull’infrastruttura.
Il terzo su nuove
centrali per la produzione di energia nucleare, propone l’abrogazione
del decreto legge n.112 del 25 giugno 2008, convertito con modifiche
dalla legge n.133 del 6 agosto 2008 (recante “Disposizioni urgenti per
lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la
stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria”),
limitatamente all’art.7 comma 1 lettera d, “realizzazione nel territorio
nazionale di impianti di produzione di energia nucleare”.
Il quarto e ultimo
quesito riguarda il legittimo impedimento, propone l’abrogazione
dell’art.1, commi 1, 2, 3, 5, 6 della legge n.51 del 7 aprile 2010,
recante “disposizioni in materia di impedimento a comparire in
udienza”.
Ogni quesito sarà
contraddistinto da una scheda di colore diverso: rosso e giallo per i
quesiti sull’acqua, grigio per il quesito sul nucleare e verde per
quello sul legittimo impedimento.
In Italia il servizio
idrico nazionale ha grossi problemi, a cominciare dai 18 milioni di
cittadini che scaricano i loro reflui nei fiumi, nei laghi e nel mare
senza alcun tipo di depurazione; nove milioni non sono serviti dalla
rete fognaria. Proprio la carenza di fognature e depuratori ha fatto
scattare la procedura d’infrazione europea: se non si interviene
tempestivamente si rischia di spendere soldi in pesanti multe, piuttosto
che investirli per realizzare gli impianti e migliorare il servizio.
Inoltre, mancano
politiche di efficienza e risparmio e l’adozione di tecnologie
appropriate a partire dal riuso delle acque reflue depurate per
l’irrigazione e nelle lavorazioni industriali. Il 33% dell’acqua
potabile si perde nelle reti colabrodo di trasporto e distribuzione e, a
volte, l’accesso all’acqua è razionato e la distribuzione nelle case è
irregolare, soprattutto nei mesi estivi. Si deve garantire il diritto a
tutti, ma anche adottare un sistema tariffario che scoraggi gli sprechi
e recuperi risorse per migliorare il servizio. Manca, infine,
un’authority pubblica forte, autorevole e indipendente per controllare
che le gestioni rispondano ai criteri di un uso socialmente equo e
ambientalmente sostenibile dell’acqua.
Per la risoluzione dei
problemi sopra menzionati del servizio idrico in Italia, il decreto
Ronchi sulla privatizzazione dei servizi idrici considera erroneamente
la gestione privata come la soluzione di tutti i mali e minaccia quelle
gestioni pubbliche che hanno garantito un servizio efficace, efficiente
ed economico.
Numerosi sono i
sostenitori dell’acqua come bene pubblico, dalle parole del segretario
generale della CEI monsignor Mariano Crociata: “L’invito
e l’incoraggiamento dei vescovi non può essere che verso una cura sempre
più grande, perché i beni comuni rimangano tali e siano salvaguardati e
custoditi per il bene di tutti”. Fino ad arrivare al Gruppo Medici per
Acqua Bene Comune: “Noi crediamo che sulla garanzia di alcuni beni
essenziali, acqua ed aria in primo luogo, si basi la convivenza di una
comunità e la sua possibilità di coesione nella reciprocità,
nell'accesso e nel governo solidale e partecipato dei beni comuni di
interesse generale.”. Ma tra questi due estremi, ci sono tutta una serie
di iniziative grandi e piccole che popolano ogni città italiana.
Il terzo quesito, anch’esso legato al tema
ambientale, riguarda la tecnologia del nucleare. Già nel 1987 si votò
contro l’adozione del nucleare con un referendum in cui i SI
all’abrogazione della legge furono ben l’80% sul totale dei votanti (il
65,1% degli italiani), ma in nessuno dei tre quesiti si chiedeva
l’abolizione o la chiusura delle centrali nucleari. Tra i paesi
industrializzati l’Italia è stata il primo ad uscire dal nucleare, nei
prossimi anni ci seguirà anche la Germania, infatti da poco la notizia
che le centrali tedesche verranno fermate tutte entro il 2022, il
Giappone entro il 2030 e la Svizzera entro il 2034. Allora perché
tornarci?
Inoltre, come dimostrano i fatti di Fukushima
e la più famosa Chernobyl, non esiste tecnologia che possa escludere il
rischio di gravi incidenti con fuoriuscita di radioattività. Un impianto
nucleare emette radioattività nell’ambiente anche senza incidenti, i
bimbi che abitano vicino le centrali corrono maggiori rischi di
contrarre la leucemia, l’agricoltura e il turismo rischiano di essere
penalizzati. Lo stesso smaltimento delle scorie è un problema irrisolto:
sono molto pericolose e restano radioattive per migliaia anni, non
esiste al mondo un deposito definitivo per smaltirle in sicurezza per un
periodo cosi lungo.
L’elettricità dall’atomo, considerando anche
la dismissione delle centrali e lo smaltimento delle scorie, costa più
delle altre fonti di energia (negli ultimi quattro anni il costo di una
centrale è lievitato del 70%, mentre quello di un pannello fotovoltaico
è sceso del 55%).
I maggiori costi inevitabilmente verranno scaricati
nella bolletta dei cittadini. Il nucleare produce solo elettricità (pari
a solo il 25% dei consumi energetici dell’Italia) e non viene usato per
alimentare il settore dei trasporti, produrre calore per l’industria e
per gli edifici.
Per questo non ridurrà in modo significativo le
importazioni delle fonti fossili: infatti in Francia, noto paese
nuclearista, il consumo procapite di petrolio è più alto che in Italia.
Una centrale in costruzione produce 3.000
posti di lavoro, che si riducono a 300 nella fase di esercizio. In soli
10 anni la Germania può vantare 350.000 addetti nel settore delle
rinnovabili (contro i 30mila delle centrali), mentre in Italia al 2020
con le fonti pulite si potrebbero creare almeno 200mila posti di lavoro.
Le centrali utilizzano l’uranio, materia prima in via di esaurimento che
va importata.
Altro aspetto da non sottovalutare è che , grazie alla
legge approvata nel 2009, il governo italiano può usare l’esercito per
imporre al territorio la costruzione delle centrali, con inevitabili
conflitti istituzionali e sociali.
Anche su questo versante si sprecano le parole
e le iniziative sostenitrici del SI, ma la cosa che più importa è che la
stragrande maggioranza degli italiani è contro le politiche che
deturpano e, in molti casi, danneggiano per sempre l’ambiente. Noi
viviamo in esso, perché una volta tolte le pareti di casa nostra,
l’ambiente diventa la nostra casa naturale. Allora se nelle quattro mura
vige l’ordine, la pulizia e la buone gestione non vedo perché questo non
debba valere anche per l’esterno. I risultati si vedranno dopo i
referendum, ma sappiamo tutti come andrà a finire.
Domenico Margiotta |