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PILOTA E GENTILUOMO

L’avventura di Mika Hakkinen

di Roberto Maurelli

 

Pochi piloti nella storia hanno mostrato di possedere lo stile e la sportività di Mika Hakkinen.

Non è sempre facile tenere i nervi saldi quando la pressione di un ambiente sportivo sempre sotto i riflettori e la rivalità con i più competitivi piloti del mondo fanno di tutto per mettere a repentaglio il tuo self control.

Eppure questo simpatico finlandese di Vantaa è riuscito a farsi apprezzare per la sua correttezza ancor di più che per il suo piede pesante.

I suoi esordi nell’automobilismo, come di consueto, furono nel kart, categoria nella quale beneficiò dell’appoggio del suo connazionale e rallysta Toivonen.

Dopo alcuni risultati brillanti, nel 1987 debuttò in Formula Ford 1600, un campionato dove hanno militato moltissimi grandi piloti passati in Formula 1.

Dopo aver vinto al primo tentativo anche in questa serie, passò a vetture sempre più impegnative e potenti, prima in Formula Opel Lotus e poi in Formula 3.

In questa fase il manager di Hakkinen era Rosberg (padre, ovviamente…), altro finlandese con un bel palmares alle spalle. Fu anche grazie al suo ottimo lavoro che il giovane Mika, a soli ventuno anni, riuscì ad esordire in Formula 1 alla guida della Lotus Judd.

A quei tempi non era facile come oggi esordire nella massima serie in età così giovane, soprattutto saltando la Formula 3000, ossia la categoria immediatamente inferiore e propedeutica alla Formula 1. Ne è la dimostrazione più evidente il fatto che perfino Michael Schumacher, altra giovane promessa della Formula 3, riuscì ad esordire solo qualche mese dopo, peraltro in circostanze molto particolari, per non dire eccezionali. Strana coincidenza questa dell’esordio dei due ragazzini terribili. Già allora la carriera di questi due fuoriclasse sembrava procedere parallelamente, come se il destino avesse già prefigurato quello che sarebbe accaduto negli anni a venire…

Per la verità l’ascesa di Mika Hakkinen in Formula 1 fu meno repentina rispetto a quella del tedesco, che già nel 1994 avrebbe vinto il suo primo titolo mondiale. 

Dopo due anni alla guida di una modesta Lotus, ormai prossima al ritiro dalle competizioni, Mika riuscì comunque ad ottenere dei discreti risultati che gli valsero l’interesse della McLaren.

Nel 1993 la difficile trattativa con Ayrton Senna teneva Ron Dennis sulle spine. Pertanto, con un volante già promesso a Michael Andretti, Mika non poteva sapere se sarebbe stato pilota ufficiale oppure semplice collaudatore della scuderia inglese. Nonostante questa incertezza, decise comunque di rimanere nell’orbita del team di Woking, anche quando Senna fu confermato come prima guida per la stagione 1993. La sua tenacia fu ripagata quando, in seguito ai deludenti risultati di Andretti e al suo prematuro licenziamento, gli fu offerta la possibilità di concludere la stagione al posto del pilota americano.

La sua prima apparizione lasciò tutti molto ben impressionati: durante le sue prime qualifiche al volante della McLaren riuscì ad essere più veloce del suo compagno di squadra, già tre volte campione del mondo.

Quando Ayrton lasciò la McLaren per la Williams, ultimo team per cui avrebbe corso prima del suo tragico incidente a Imola, tutte le aspettative della squadra ricaddero su Mika.

Nonostante una vettura poco competitiva, spinta da un propulsore Peugeot non particolarmente affidabile, nel 1994 riuscì a classificarsi quarto nella classifica generale, attenendo anche un fantastico secondo posto a Spa.

Nel 1995 un terribile incidente ad Adelaide sembrò porre fine alla carriera del ventisettenne pilota: dopo un lungo coma durante in quale si arrivò a temere anche per la sua vita, venne annunciato il suo rientro in Formula 1.

La McLaren nel frattempo aveva iniziato una rifondazione, supportata dalla Mercedes, che l’avrebbe portata nel 1997 a mietere i primi successi.

Nel 1998 un progetto innovativo firmato da Adrian Newey e valorizzato dalle rivoluzionarie gomme Bridestone, mise in crisi la concorrenza, compreso Michael Schumacher e la Ferrari. Dopo un anno di battaglie davvero entusiasmanti, Hakkinen riuscì a conquistare il suo primo titolo. In realtà la sua immagine di pilota non ne uscì particolarmente valorizzata: tutti erano convinti che il merito della vittoria fosse da attribuire solo alla vettura e non all’abilità dell’uomo.

Nemmeno la vittoria finale l’anno successivo, riuscì a rimuovere questa convinzione. Forse oggi qualcuno ha rivisto le proprie posizioni, anche perché lo stesso Schumacher ha più volte sostenuto che i duelli più esaltanti della sua carriera sono stati proprio con Hakkinen. E del parere di un pilota a cui non sono mancati certo i rivali in carriera ci si può davvero fidare…

 

 

Roberto Maurelli


 

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