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Anno XIV num.4
Lug./Ago. 2015

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MORTI SULLE STRADE: UN TRIBUTO AL DIO DEL PROFITTO E DELLA VELOCITA’

 

di Agostino Spataro

 

L'immagine di un incidente stradaleAncora morti e feriti sulle strade siciliane. Fra Natale e l’Epifania si sono contate sette vittime.

Molte di più delle perdite subite dall’esercito israeliano che durante i primi nove giorni della sua sanguinosa aggressione alla striscia di Gaza ne ha dichiarato solo una.

Sette morti, in nove giorni, sono tanti. La gran parte, per altro, erano giovani che non portavano la morte a nessuno, ma si spostavano per divertimento.

Certo, l’accostamento fra i due tragici eventi può risultare discutibile, tuttavia ci aiuta a capire l’assurdità maggiore delle tante vite spezzate che si verificano con una frequenza e un’incidenza davvero allarmanti. Anche se quasi nessuno si allarma più di tanto.  

Ma quanti ne devono morire perché qualcuno intervenga sul serio?

Davvero strano il tempo presente! Per mantenere una vita già spenta, come quella di Eluana Englaro, ci si accanisce con ingiunzioni inutili e divieti dogmatici, mentre per prevenire la morte di centinaia, migliaia di persone, in piena salute, non si fa nulla o quasi. 

Per altro, c’è da rilevare che il dato siciliano sia un pò in controtendenza rispetto a quello nazionale che, nel 2008, ha fatto registrare una riduzione del 5,8%  dei decessi per incidenti stradali.

Per averne un’idea della sua gravità basta andare su un qualsiasi motore di ricerca.

Si scoprirà che, nel solo mese di dicembre, sulle strade siciliane c’è stata un’ecatombe, soprattutto di ventenni. Terribile quella in cui perirono 4 ragazzi di Gerratana.

Se a queste morti si sommano quelle provocate dagli incidenti sul lavoro (dette “bianche” chissà poi perché) si ottiene una straziante contabilità.

Morti inaccettabili, poiché non sta scritto in nessun Libro che una persona lavora o che si sposta per strada debba morire, quasi in ossequio ad una sorta di “maledizione statistica”.   

 

Dopo la strage lo spettacolo della morte

La preoccupazione cresce non soltanto per le tante vite spezzate o invalidate, ma anche per la quasi assenza di reazioni corrispondenti, anche a livello dell’opinione pubblica, della gente comune.

Sembra che a queste morti ci si stia rassegnando, abituando quasi fossero ineluttabili o un tributo da pagare al dio del profitto e della velocità.

Oltre lo strazio dei genitori, dei parenti, degli amici, non c’è da parte dei pubblici poteri un’azione, un programma mirati almeno ad una seria inversione di tendenza.

Ad ogni strage segue il solito rituale: il sindaco che proclama il lutto cittadino, il prete che s’appella al  valore della vita, la gente che applaude le bare e la televisione che tutto riprende e diffonde. Lo spettacolo della morte è servito. Dopo non accade più nulla, fino alla prossima strage.

Così non si può continuare! Bisogna fare qualcosa per porre fine alle stragi di giovani e no ed anche di pedoni che rischiano la vita per attraversare fin’anco sulle strisce.

Il problema è complesso, ma risolvibile. Non può essere relegato nell’ambito familiare, ma affrontato, con nuovi strumenti, dalla società e dallo Stato che, almeno i Sicilia, non vediamo adeguatamente impegnato su questo fronte. Per altro, c’è da aggiungere che una riduzione degli incidenti farebbe diminuire gli enormi costi sociali e finanziari a carico della collettività.

Ben vengano, dunque, nuove leggi, ma intanto s’applichino, e più severamente, quelle vigenti per educare e prevenire e, se del caso, reprimere i comportamenti irresponsabili.

Soprattutto, bisognerebbe richiamare i giovani alle loro responsabilità e non stendervi sopra un velo pietoso, magari scaricandole sulle “strade della morte”, sull’asfalto bagnato e perciò “killer”, ecc.

E’innegabile che diverse strade siciliane siano inadatte (gli incidenti, però, capitano anche in nuovissime autostrade), appunto per ciò non si può pretendere che siano le strade ad adattarsi alla nostra guida, viceversa dovremmo essere noi ad adattare la guida al tipo di strada e alla segnaletica.

Insomma, basterebbe applicare alla guida un po’ di buon senso.

 

Nuovi ideali per curare il malessere dei giovani

Certo, sulle strade si può morire anche a causa di un banale incidente, di una svista, tuttavia la causa principale dei disastri è la velocità eccessiva, soprattutto se combinata con i micidiali effetti di alcool e droghe.

Eppure si ha una strana ritrosia ad ammettere questa verità, anche sulla stampa, incoraggiando di fatto i conducenti spericolati a non correggere lo stile di guida. 

Vi sarebbero tante altre cose da fare in famiglia, nella scuola, nelle istituzioni. Intanto, si potrebbe aprire un confronto franco con questi giovani per scuoterli e farli riflettere sui tanti pericoli che corrono sulla strada e nella vita.

Soprattutto noi genitori, che il sabato notte non prendiamo sonno pensando ai figli che vanno in discoteca, dobbiamo sforzarci di capire, insieme a loro, perché questa sfida costante con la sorte, il ricorso alla velocità, alla musica assordante, alle droghe.

Ma cos’è questa frenesia? Dove stiamo correndo?

Nessuno vuol fare la predica a nessuno, ma solo tentare un richiamo severo alla sacralità e al senso della vita che- mi pare- si stiano smarrendo.

Spulciando tra i blog, colpiscono certi commenti di giovani che quasi mai invitano a rallentare la corsa folle, anzi si coglie in loro una certa stizza verso chi raccomanda prudenza.

Arroganza, strafottenza o c’è qualcosa di  più inquietante? La risposta non è facile, tuttavia da tali commenti  traspare quantomeno uno scarso attaccamento alla vita, alla loro vita.

L’accostamento è un po’ azzardato, ma talvolta mi sembra di rivedere all’opera una strana razza di uccelli suicidi che, durante l’inverno, vengono a sfracellarsi contro il parabrezza.

Insomma, un atteggiamento autodistruttivo, in gran parte da decifrare, nel quale influiscono diversi fattori (l’alcool, lo sballo, i cattivi straricchi maestri della velocità, le strade inadatte, ecc), ma anche la disperante condizione di precarietà che vive la nuova generazione la quale, per sfuggirvi, cerca rifugio in forme devastanti di alienazione.

Per curare questo tipo di malessere, non servono nuovi divieti ma nuovi ideali per il cambiamento nel progresso, nella solidarietà e nella legalità.

                 

                                      Agostino Spataro

 

 

 

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