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di Serena Tommasi
Agli anni ’30 appartengono i primi esperimenti
sull’insegnamento di una forma di linguaggio agli animali. Questi
esperimenti furono compiuti su dei primati ma i primi risultati furono
degli insuccessi dovuti alla pretesa di insegnare loro il linguaggio
umano parlato (la differenza morfologica degli apparati deputati
all’emissione dei suoni impediva loro di imitare le parole umane). In
seguito si riuscì ad insegnare ad una scimmia un linguaggio gestuale (Washoe,
R. Gardner e B. Gardner, 1969), ad un altra a comunicare tramite oggetti
(ad esempio i gettoni di plastica. Premack, 1976).
Le scimmie mostravano di saper generalizzare l’uso dei
segni e di comprendere alcune regole sintattiche come la distinzione tra
la funzione del verbo e quella degli oggetti (Gozzano, 1994).
Gli etologi Dorothy Cheney e Robert Seyfarth hanno
studiato, invece, la comunicazione naturale delle scimmie raggiungendo
conclusioni in parte differenti. Secondo loro le scimmie non possiedono
un linguaggio, tra le cause che spiegano questo fenomeno, c’è la
mancanza di una teoria della mente ovvero della capacità di comprendere
i pensieri altrui.
I due ricercatori hanno studiato i segnali acustici di
alcune specie di scimmie ed hanno visto che essi vengono utilizzati
dagli animali per designare oggetti ed eventi; i segnali d’allarme per i
predatori, ad esempio, sono funzionali grazie al contenuto semantico che
veicolano e non perché essi suscitano una specifica risposta
comportamentale; questa conclusione è estrapolata dall’ uso variegato ed
appropriato dello stesso segnale applicato dalle scimmie alle diverse
situazioni.Ma tale capacità, ovvero provocare le stesse reazioni per
mezzo di richiami differenti oppure reazioni diverse con lo stesso
richiamo, potrebbe essere spiegata in maniera consona anche per mezzo di
una versione complessa della teoria associazionistica, secondo la quale,
le scimmie non scelgono le loro azioni mediante un ragionamento ma
istintivamente associano ad un determinato stimolo una certa risposta
comportamentale.
I dati derivanti dallo studio del comportamento non sono
sufficienti agli scienziati per trarre delle conclusioni ed hanno
ritenuto utile affiancare ai loro studi anche i risultati degli
esperimenti di laboratorio.
Non sempre gli stessi stimoli visivi forniti dagli
studiosi sono trattati dalle cavie in modo simile: una scimmia che è
stata addestrata a discriminare tra foto di maiali e foto di suoi
simili, pone sempre queste ultime nella stessa classe di equivalenza
(ovvero i maiali con i maiali e le scimmie con le scimmie).
Un ulteriore addestramento rivela che una scimmia (la
stessa sottoposta al precedente test), se posta di fronte ad un contesto
differente (in questo secondo caso ha dinanzi a sé solo foto di suoi
simili) è in grado di discriminare individualmente i membri della sua
specie (Humprey 1974).
I risultati ottenuti da questi esperimenti dimostrano
l’inapplicabilità della teoria associazionistica agli animali, in quanto
tale teoria si fonda sul presupposto secondo cui, ad uno stesso stimolo,
l’organismo deve sempre e comunque reagire allo stesso modo in quanto
questo suo fare dovrebbe rispondere ad un comportamento automatico ad
esso costitutivo.
In cattività le scimmie imparano in fretta a classificare
gli oggetti secondo i criteri di identità (il simile con il simile) o di
bizzarria (riconoscendo quale, insieme a vari oggetti facenti parte di
una stessa classe, non appartiene ad essa). Proprio questa velocità di
apprendimento sembra suggerire la loro capacità di formare correttamente
concetti di “classe” e di utilizzarli per comparare gli oggetti. Essa
non rappresenta una prova definitiva ma è solo un indizio che ci
permette di ipotizzare come le scimmie siano in grado di affrontare
questi esperimenti utilizzando proprio il concetto di classe, quindi un
pensiero, e non limitandosi ad un processo di apprendimento per
tentativi (il risultato dei quali risulterebbe, poi, solo
un’acquisizione meccanica).
Gli esperimenti in laboratorio hanno dimostrato che i
primati sono in grado di imparare una forma rudimentale di linguaggio,
tutto questo però non si avvicina al linguaggio umano, il quale si
caratterizza per la sua maggiore capacità di arricchirsi e modificarsi
in continuazione.
Secondo Cheney e Seyfarth, affinché un nuovo vocabolo sia
adottato da una comunità occorre che i parlanti siano in grado di
attribuirsi credenze a vicenda.
Tra due individui, è sufficiente un processo ostensivo o
di ripetuta emissione della parola alla presenza dell’oggetto affinché
una delle due persone (in questo caso il destinatario della
comunicazione) impari, per associazione, il nuovo segno; allo stesso
modo l’insegnamento avviene negli animali.
I metodi appena elencati sono funzionali per un discorso
che si rifà alle relazioni esterne tra oggetti (visivi e sonori).
Poiché per imparare il corretto uso di un neologismo è
necessario passare attraverso una o più delle fasi da noi appena
descritte, è evidente come un tale processo possa rivelarsi complicato
quando colui che deve apprendere la nuova parola non è un singolo
individuo ma l’intera comunità.
Dato che ogni singolo individuo deve di necessità
sperimentare il nuovo termine, è poco probabile che un linguaggio ricco
come quello umano si sia evoluto in questo modo; tale processo, infatti,
avrebbe richiesto un lasso di tempo estremamente lungo, tenendo presente
che nel corso dell’evoluzione linguistica si va incontro non solo a
successi ma anche ad un notevole numero di errori (ad esempio: errori di
fraintendimento).
Se i parlanti si mostrano in grado di recepire la
rappresentazione mentale di colui che proferisce la parola quale
significato della stessa, allora una singola occasione sarà sufficiente
a far comprendere la parola ed a renderne condiviso l’uso.
Il comportamento
delle scimmie sembra simile a quello dei bambini autistici. Un macaco
rhesus che è stato addestrato a “puntare” per ricevere il cibo
riconoscerà che lo stesso gesto fatto da altri è correlato all’oggetto,
perché l’animale osserva l’addestratore replicare lo stesso
comportamento che è in grado di svolgere esso stesso perciò, come se
vedesse il proprio io agire, comprende lo scopo dell’azione; ma quando
gli viene insegnato solo a rispondere alle indicazioni gestuali di una
persona e non a produrre esso stesso il gesto, non lo replica
spontaneamente per ottenere il cibo perché non ha collegato l’azione
all’intenzione della persone, non avendo mai sperimentato questa
relazione in se stesso. Il macaco dell’esperimento non ha accesso alla
mente degli altri individui a parte i casi in cui le intenzioni sue e
degli altri coincidano. Inoltre le scimmie non sembrano capaci di
correggere i messaggi emessi da altri individui o quelli che comunicano
esse stesse, questo è segno di mancanza di una teoria della mente perché
queste capacità implicano la volontà di modificare le credenze altrui (cf.
Cheney e Seyfarth 1997, p. 185). I linguaggi naturali delle scimmie
mancano anche di una forma di sintassi. L’ipotesi di Cheney e Seyfarth è
che le scimmie non colgono la differenza tra gli individui più informati
e quelli a cui mancano alcune informazioni; se vedono un predatore come
un leopardo, emettono il segnale di allarme che ne segnala la presenza
ma non la posizione, se ad esempio esso si trova su un albero o sta
avanzando sul terreno, come se tutti i membri del gruppo fossero nella
posizione adeguata per avere le stesse informazioni visive; in ultima
istanza non sembrano poter discriminare tra le conoscenze proprie e
quelle degli altri. Per questo motivo non coglierebbero l’importanza
delle informazioni supplementari veicolate da un linguaggio arricchito
dalla sintassi.
(S.T.)
Il duo Choral
Funis Dualitas
Il 28
Luglio nella Città ideale della Scarzuola in provincia di Terni si
esibisce il duo Choral Funis Dualitas, progetto nato dall’unione di Luca
D’Alberto, diplomato in Viola al conservatorio (un curriculum ricco di
esperienze accademiche e non solo), e di Xabier Iriondo, ex chitarrista
degli Afterhours e attore in molti progetti di musica sperimentale. I
due musicisti condividono l’interesse per la sperimentazione sonora ma
non restano indifferenti al fascino della tradizione della musica
classica; progettano un’esibizione complessa che rispecchia, e ben si
inserisce, nello scenario della città ideale, concepita dall’architetto
Tommaso Buzzi come percorso dell’uomo dalla nascita verso la
consapevolezza di sé attraverso i luoghi immaginifici dove le vibrazioni
primordiali si sono solidificate in architettura e continuano a
sprigionare la loro energia. Il concerto, articolato in due parti, si
svolge in due luoghi attigui senza soluzione di continuità; lo
spettatore è dapprima immerso in un prato davanti ad un teatro, il cui
palco circolare è seminascosto da pilastri di tufo; lì Luca si esibisce
con la sua Viola in uno spartito dalle libere armonie le cui sonorità
sono catturate in presa diretta dal calcolatore elettronico di Xabier e
rimandate in etere come “merletto” alle note della viola; seconda parte;
altro teatro dove un alto muro cinge sia musicisti che spettatori, ora
tra essi non c’è nessun ostacolo visivo e l’attenzione verte solo sui
due alle prese, l’uno con la violektra, l’altro con il mymetak,
strumento a corde molto versatile progettato e realizzato da X. Iriondo.
Il volume si fa più alto grazie agli strumenti elettrici con una forza
che compete con le dimensioni del luogo per erompere, in chiasmo con le
condizioni precedenti: il suono dolce della viola e gli effetti sonori
del computer si spandevano con naturalezza in un luogo vasto. Dapprima
un dialogo tra i due strumenti, reiterato e imprevedibile, poi, mostrano
individualmente le loro possibilità. Luca affascina con i suoni distorti
e intesse intriganti trame con la loop-machine; Xabier dimostra la
potenza che può sprigionare il suo strumento alla minima percussione e
stuzzica la curiosità del pubblico sollecitando le corde tramite biglie,
attrezzi da cucina e altri oggetti estrapolati da contesti “casalinghi”.
Il concerto è riuscito a sorprendere sia il pubblico della classica ( ad
esempio con Mozart eseguito alla violektra!) sia il pubblico più
giovane, soddisfacendone i palati musicali grazie all’elevata qualità
dell’esibizione e fornendo molti spunti creativi.
Serena Tommasi |